Tintorie

Scriveva il gonfaloniere nel 1824: “Si ha una tintoria, di cui si servono i nostri contadini ed artieri per tingere drappi di mezza e tutta lana tessuti da loro per consumo domestico”.
A metà dell’Ottocento non esistevano più tintorie autonome: “I tintori sono anche fabbricatori di tessuti in lana per supplire alla pochezza del guadagno”. Pertanto non rimanevano che i reparti di tintoria attrezzati all’interno del lanifici per tingere i loro prodotti e, nel contempo, servire ai bisogni della capillare rete di tessitrici casalinghe.
Si sottoponevano a tintura, quindi, quasi esclusivamente i tessuti di lana appena prodotti. Solitamente, inoltre, si ricolorava il vestiario usato. Nel 1847, ad esempio, la Sagrestia spese baj. 60 per aver “ritinto le 4 sottane paonazze”. Lo facevano anche le famiglie benestanti: nel 1860 il conte Pierleoni spese baj. 60 per la “tingitura” di due paia di calzoni e di un gilet; nel 1875 L. 13,50 per tingere tre abiti.
L’inventario dell’eredità di Giuseppe Bellanti ne descrive la tintoria, sita nella casa del Cavaglione dove risiedeva: “Nei fondi, ad uso di tintoria, [si trovano] una caldara di rame della tenuta di barili dieciotto murata in buono stato […], altra caldara simile in cattivo stato […], un ramino di rame con manico di legno in cattivo stato […], un sgnarso di legno con manico di ferro […], due secchi di legno con cerchi e catena di ferro […]; in un altro fondo: una valchiera in mediocre stato con num. 8 lamiere di ferro assai use, ed altri attrezzi […], una piccola caldara murata usa […], una tavola lunga di noce […]”.
Gli estratti dal volume Artigianato e industria a Città di Castello tra ‘800 e ‘900 mancano delle note