Samuele Panichi
Partigiani della banda con Samuele Panichi.

La banda di Samuele Panichi

Al confine tra Umbria e Marche, maturò una scissione nell’ambito del gruppo partigiano in via di formazione a Morena, nella parrocchia di don Marino Ceccarelli. La volontà di caratterizzare politicamente più a sinistra la propria attività di Resistenza indusse il cagliese Samuele Panichi (1888-1980), con i figli Carlo Liebknecht e Rosa Luxemburg, e l’avvocato eugubino Gustavo Terradura Vagnarelli, con le figlie Walchiria e Lionella, a promuovere una banda autonoma. Si dislocò in territorio marchigiano, mantenendo collegamenti più stretti con le formazioni poi confluite nella Brigata Garibaldi “Pesaro”. Diverse testimonianze sottolineano la diffidenza e l’antagonismo che in quella fase divise antifascisti di diverse convinzioni ideologiche. Don Marino Ceccarelli affermò che l’aggregazione partigiana sorta nel Pietralunghese era “malvista” dalla “Garibaldi” marchigiana, perché “non comunista”; e lamentò anche l’aggressione da parte di “sette ragazzacci di una banda prettamente comunista”. Alla base delle incomprensioni – secondo Stelio Pierangeli – vi era l’errato pregiudizio che la “San Faustino” fosse una formazione “badogliana”, mentre in realtà era “ispirata a principi libertari”.

Di come i partigiani di Morena e la banda Panichi vivessero comunque a stretto contatto fa fede la testimonianza di Domenico Fioravanti Martinelli, che nella sua casa di Morenicchia ospitò uomini di entrambe le formazioni, prese ordini sia da don Marino Ceccarelli che da Samuele Panichi, si prestò come fornaio “per tutta la banda Morena” e macinò, nel suo mulino, diversi quintali di grano gratuiti per la banda Panichi di stanza a Collantico”. Come si vedrà, le esigenze operative della guerriglia avrebbero spesso indotto i partigiani di queste bande limitrofe a congiungere i propri sforzi.

Nel territorio di Corniole e Valdescura al confine tra Pietralunga e Apecchio, gravitarono attorno alla banda Panichi interi nuclei famigliari, come i Milli e i Valentini. La Commissione Regionale marchigiana riconobbe la qualifica di partigiani a Gino, Indaco (o Indico), Mino, Momo e Vito Milli, di Corniole, e a Elettro, Ermanno, Pancrazio, Valentino e Vittorio Valentini, per lo più di Valdescura. Olinto e Patrizio Valentini vennero riconosciuti patrioti. Risultano partigiani della “Panichi” anche i tifernati Renato Baldacci e Primo Pasquetti e altri pietralunghesi: Renato Duranti, Clito e Fosco Fiorucci, Giovanni Guiducci, Sigfrido Marsili, Elio Martinelli, Marino Radicchi, Onorato Smacchia. Tra coloro che confluirono nella banda Panichi, oltre a Italo Vinti, vi furono Oreste Facchini e Carlo Ghirelli. In questa formazione, peculiare fu la partecipazione diretta alla lotta armata di alcune giovani donne – le Terradura Vagnarelli e la Panichi –, in uno scenario complessivo nel quale la popolazione femminile si distinse soprattutto per un supporto logistico ai partigiani, comunque essenziale.

Anche nel territorio marchigiano tra il fiume Candigliano e il Monte Catria – il più vicino all’area operativa della “San Faustino” – il processo di formazione della Resistenza armata era stato lento e problematico tra la fine del 1943 e il gennaio 1944. A quell’epoca vi esistevano solo due gruppi alla macchia, per un massimo di una settantina di uomini, e il comando tedesco considerava la provincia di Pesaro e Urbino “come l’unica nelle Marche immune da bande”. Ma già a febbraio i tedeschi si resero conto che l’attività partigiana si era estesa a quella zona e le forze fasciste si stavano dimostrando impotenti a reprimerla. Aveva destato vasta eco un’incursione dei “ribelli” a Piobbico il 1° febbraio, con il disarmo della caserma dei carabinieri, l’occupazione del municipio, la devastazione della sede del Fascio e lo svaligiamento di una banca. Il 21 di quel mese era stato svuotato il silos di Pianello di Cagli e i partigiani avevano invitato la popolazione a prendere parte al saccheggio dei circa 300 quintali di grano immagazzinato.

Il 21 marzo ebbe luogo una prima incursione congiunta tra la “San Faustino” e i partigiani marchigiani. Prese di mira il lanificio di Cagli, dal quale furono prelevate centinaia di coperte militari. Non servirono solo per sopravvivere al freddo in montagna; divennero anche un bene prezioso con il quale ricompensare la povera gente che ospitava gli uomini alla macchia e da barattare con la popolazione in cambio di generi alimentari. Proprio in quei giorni un Notiziario della Guardia Nazionale Repubblicana ammetteva l’esistenza su quel tratto appenninico di un movimento partigiano articolato e pericoloso: “Prigionieri catturati confermano la presenza di bande numerose e bene armate in tutta la zona montana della provincia di Pesaro”. E per quanto la Resistenza, in sostanza, fosse solo nella sua fase operativa iniziale, le autorità fasciste si mostrarono talmente preoccupate da sopravvalutarne le forze, al punto che si calcolarono in circa 4.000 i ribelli che – scrisse l’ispettore generale di Pubblica Sicurezza – “si annidano sulle montagne, ai confini con Perugia, Ancona e Forlì e scendono sempre più audaci al piano”.

Di lì a poco un grande rastrellamento tentò di prendere in trappola i partigiani della zona di Cantiano, sull’Appennino marchigiano. Negli aspri scontri che divamparono sotto la neve il 25 marzo tra Cantiano e Frontone, i partigiani italiani e slavi delle formazioni “Fastiggi” e Pisacane”, poi confluite nella Brigata Garibaldi “Pesaro”, dettero prova di valore e seppero respingere il nemico. Nella cosiddetta “battaglia di Vilano”, un’ottantina di partigiani tennero testa a reparti nazi-fascisti dieci volte superiori per numero. I resoconti storici della “Pesaro”, che danno molto risalto a questo successo, non fanno alcun cenno alla partecipazione ai combattimenti di partigiani della “San Faustino”. Eppure anche la formazione umbra asserì di aver dato il suo contributo in quella che chiamò “battaglia di Serramaggio”, che per collocazione geografica e modalità sembra coincidere con quella di Vilano. Insieme ai suoi uomini allora dislocati a Morena vi era il console americano Orebaugh, che inneggiò alla “grande vittoria morale” dei partigiani, per “avere intrapreso la battaglia con forze molto inferiori ed avere inflitto pesanti perdite al nemico con pochi uomini e scarse munizioni”.

Partigiani della banda di Panichi furono coinvolti negli altri due grandi rastrellamenti, descritti in altri articoli del sito, di maggio e inizio giugno 1944. In quello di giugno, Samuele Panichi perse il figlio Carlo Liebknecht, catturato e fucilato dai tedeschi.

Nei giorni successivi la banda, insieme ad altri reparti della 5a Brigata Garibaldi “Pesaro”, accrebbe la pressione sul nemico in territorio marchigiano. Suoi uomini parteciparono, tra il 17 e il 23 giugno, all’assalto e all’incendio di camion tedeschi a Pian di Molino (Apecchio) e Massa (Cagli) e al sabotaggio del ponte della Lastra, sulla strada provinciale da Apecchio a Città di Castello. In quel periodo tale importante arteria di collegamento tra Umbria e Marche divenne un obbiettivo prioritario della “Pesaro”, che vantò la distruzione di sette ponti nel tratto da Bocca Serriola ad Acqualagna, con il sostanziale blocco del traffico tedesco. Costretti a intervenire subito per ripristinare le comunicazioni, i reparti germanici subirono gli agguati dei partigiani: il 28 giugno, attaccati non lontano da Bocca Serriola, due autocarri tedeschi con una cinquantina di uomini subirono serie perdite.

 

Per il testo integrale, con le note e i riferimenti iconografici, si veda il mio volume Guerra e Resistenza nell’Alta Valle del Tevere 1943-1944, Petruzzi Editore, 2016.