Comunicazioni ai famigliari dell'avvenuta cattura del soldato

I prigionieri

L’inquietante annuncio alle famiglie che, dopo un combattimento, un loro congiunto militare era dato per disperso veniva solitamente temperato dalla speranza che si trovasse prigioniero del nemico. Talvolta risultava vero. Però le informazioni sui detenuti nei campi di concentramento austro-ungarici giungevano con esasperante lentezza. Per i famigliari iniziava così la lunga, affannosa e angosciata ricerca dei propri cari.

A vivere l’amara esperienza della prigionia furono quasi 600.000 militari italiani, dei quali circa 280.000 catturati durante la ritirata da Caporetto al Piave.

 

La corrispondenza con i prigionieri e gli Uffici Notizie

“La Rivendicazione” informò la popolazione sulla prassi da seguire: bisognava subito scrivere alla Commissione Prigionieri di Guerra di Roma, fornendo le indicazioni precise del disperso; poi interveniva la Croce Rossa Italiana, che scambiava costantemente informazioni sui prigionieri con la Croce Rossa austriaca. Comunque ci voleva del tempo.

I Comitati di Assistenza Civile più cospicui istituirono al loro interno degli Uffici di Corrispondenza per aiutare i cittadini nel difficile compito di raccogliere notizie sui militari morti e feriti, oltre che dispersi o prigionieri. I centri più piccoli si appoggiavano ai vari capoluoghi.

Quello di Città di Castello era gestito da volontarie del comitato locale della C.R.I. Tanta fu la pressione da parte di familiari inquieti e disperati, che più volte dovette invocare maggiore educazione e comprensione: sospettavano addirittura che l’Ufficio tenesse nascoste le notizie, o che dipendessero da esso lentezze e disguidi.

Una volta accertata la condizione di prigionia del congiunto, iniziava il calvario dei rapporti epistolari e, man mano che si venivano a conoscere le penose condizioni di detenzione nei lager, dell’invio di provviste. Le norme prevedevano la possibilità di spedire lettere di non oltre 60 righe e, preferibilmente, cartoline di non oltre 15 righe, scritte con caratteri chiari, facilmente leggibili per agevolare la duplice operazione di censura, effettuata sia da funzionari italiani, sia austro-ungarici. Le missive dovevano inoltre trattare esclusivamente di argomenti privati e famigliari, pena la loro distruzione.

Le condizioni della corrispondenza furono sempre precarie, anche se si fece di tutto per non alimentare l’esasperazione dei parenti degli internati.

 

Le condizioni di vita dei prigionieri

La Convenzione firmata all’Aja il 29 luglio 1899 e ratificata da tutti gli Stati belligeranti impegnava a trattare con umanità i prigionieri di guerra (art. 4), ad alimentarli (art. 7) e a garantire la corrispondenza con le famiglie franca da ogni tassa postale (art. 16); potevano essere internati, ma detenuti solo nel caso di “misure di sicurezza indispensabili” (art. 5); li si poteva impiegare come lavoranti, ad eccezione degli ufficiali, però in mansioni “non eccessive” e senza alcuna connessione con le operazioni belliche (art. 6).   …