Ferite e malattie

Le ferite

Per la prima volta, nella Grande Guerra, gli uomini deceduti per ferite subite in combattimento furono assai più numerosi di quelli vittime di malattie. L’elenco dei caduti altotiberini allegato al volume riporta, nei casi in cui è stato possibile accertarle, le cause del decesso. Si tratta di una impressionante casistica della devastazione dei corpi umani provocata dalla guerra: ferite in tutte le membra per colpi di arma da fuoco e per schegge di granata e di shrapnel; lesioni distruttive per l’esplosione di bombe a mano e di colpi di cannone e di bombarda; ustioni e orrende mutilazioni; dissanguamento. Spesso il trauma era così grave da annientare in poco tempo la forte fibra del soldato. In altri casi ne minava irreparabilmente la salute, tanto che il decesso veniva genericamente ricondotto a “postumi di ferite”. Infezioni ed embolie conseguenti alle ferite, specie se all’addome, al capo e al torace, erano frequenti anche per i limiti insiti nella chirurgia, ancora priva dell’apporto degli antibiotici. In merito alle infezioni, il capitano medico Gregorio Soldani scrisse nel suo diario: “Trattandosi di ferite di guerra bisogna partire dal principio che esse sono tutte più o meno gravemente infette, specialmente se prodotte da schegge di granata. D’altronde neppure le pallette di shrapnel e quelle di fucile possono riguardarsi come asettiche: anche se lo fossero, come alcuni ritengono, esse trascinano con sé nella ferita frammenti di vestiario e tutto ciò che incontrano, quindi l’asepsi è sempre più o meno compromessa”.

Tra le principali complicazioni prodotte dalle ferite vi erano la setticemia, la peritonite da perforazione e il tetano. Numerosi decessi furono dovuti a cancrena, o gangrena, gassosa. Prodotta da germi introdotti nella ferita dal terriccio, si riconosceva per l’ampia tumefazione e lo sviluppo di gas nel punto colpito, dove i tessuti finivano con il perdere di vitalità, con il decomporsi e con l’intossicare l’intero organismo. Per salvare il soldato, bisognava aprire la ferita, pulirla e rimuovere le parti in via di decomposizione. La cancrena aggrediva l’organismo velocemente e portava alla morte in poche ore. Non sempre, quindi, l’intervento dei sanitari avveniva in tempo utile, soprattutto quando tardavano i soccorsi.

 

Le malattie

In guerra, anche il soldato malato è un ferito: un uomo segnato nel corpo, e spesso nella psiche, dai disagi e dalle fatiche della vita di trincea e dalla tensione del combattimento. Il suo fisico subiva gli eccessi di freddo o di calura, i repentini cambiamenti di temperatura, l’esposizione continua all’umidità, il disordine dell’alimentazione, l’inquinamento dell’acqua e dei cibi, la stanchezza accumulata per lo scarso riposo notturno, l’affollamento in ambienti fatiscenti, la difficoltà di curare la pulizia personale. Gli sforzi cui doveva sottoporsi per sopravvivere, lo stesso rincorrersi di violente emozioni, finivano con il provocare una debilitazione fisica che intaccava le difese immunitarie.

Malattie reumatiche, affezioni ai bronchi e all’apparato digerente falcidiarono la truppa. Tra le cause di morte più comuni per malattia vi furono enteriti e gastroenteriti, bronchiti e polmoniti. Si ebbero focolai di tubercolosi, di epatite virale, di meningite cerebro-spinale e di morbillo. E il condividere spazi ristretti in condizioni di assoluta precarietà igienica favorì l’insorgere di infezioni e il diffondersi del contagio.

Bisogna poi aggiungere gli scompensi psichici determinati dal logoramento fisico, dalla tensione, dall’ansia, dalla paura.

[…]

Impressionano i dati ufficiali sui ricoveri ospedalieri per malattia dei soldati italiani: 1.057.300 nel 1917, 1.310.200 nel 1918. Ed è stato definito “inquietante” il dato statistico che fa ammontare a circa il 20% i decessi per malattia di militari durante la Grande Guerra, una percentuale più che doppia di quella francese. In realtà il quadro che emerge dal censimento dei caduti dell’Alta Valle del Tevere è ben più sconfortante. Le morti accertate per malattia sono 736, pari al 30,5% del totale dei decessi per cause belliche, incluso i dispersi. Se poi si aggiungono i prigionieri morti per varie infermità e sfinimento, la percentuale dei combattenti altotiberini vittime di malattie sale al 38,4%.

 

Pioggia, freddo e congelamenti

“Siamo tutti un po malati per l’aria fredda e la neve che fa, e sono pieni gli ospedali e fra poco tempo ci ritorno di nuovo anch’ io perché non si può stare bene in queste montagne sempre molli e senza il sole”. Così scriveva dall’Alto Cadore il bersagliere Giovanni Gaggi.

Per broncopolmoniti, polmoniti e pleuriti persero la vita, prima del diffondersi dell’epidemia di “spagnola”, 37 dei soldati della valle di cui sia nota la causa del decesso per malattia. Quando svanì ogni illusione in una guerra breve, divenne chiaro che la stessa natura si sarebbe eretta a implacabile nemica di tutti i combattenti, specie sulle montagne. Lo sarebbe stata per quattro inverni. Per comprendere quanto il freddo pungente mettesse a durissima prova, bastino alcuni brani del diario di Vannocchi. Ed era appena la prima settimana di ottobre sotto il Col di Lana:

“2 ottobre. Abbiamo un secondo caso di congelamento. Assisto al suo arrivo e manda gemiti strazianti. Eppure non tutti ne sentono pietà e vengono questi disgraziati rimproverati come di fingere. Ciò mi ha molto addolorato anzi indignato. Però dopo riflettendo dico che se non ci fosse un poco di serietà domani tutti si presenterebbero coi piedi congelati. È il terzo giorno che sono in trincea con questa infame stagione. Anche gli ufficiali non ne possono più.

3 ottobre. Nevica abbondantemente anche nella mattinata. Temperatura -2. Celebro al Castello, viene ad assistere il ten. Lais che viene dalle trincee. È irriconoscibile, hanno i ricoveri pieni di neve e non vi si possono più ricoverare. Non possono adoperare il sacco a pelo e così manca a loro questo conforto. I soldati di vedetta non ne possono più per il freddo, ma più per il fango che li avvolge.

4 ottobre. Seguita a nevicare. […] Abbiamo un terzo caso di congelamento. Il 46° Fanteria alla destra ha avuto 170 casi congelamento, dei quali 60 gravi. Noi possiamo esserne contenti [con] 6 casi. Il ten. Perretti distribuisce abbondantemente [grasso] ai soldati per ungersi i piedi.

6 ottobre. Nella nottata ha nevicato. La mattina è discreta, però dopo pranzo nevica di nuovo ed è un freddo intenso. Ieri ci fu un nuovo caso di congelamento, il più grave per ora”.

Subivano forme di assideramento e di congelamento soprattutto i soldati meno abituati a convivere con i rigori dell’inverno in alta montagna. Chi ne era vittima provava l’angosciosa sensazione di aver perso un pezzo di sé. Scrisse Gaetano Boschi: “[…] le parti del corpo più discoste dai centri di rifornimento – nervosi e cardiaco – cessavano di appartenere all’organismo vivente, e il soldato si trovava attaccato al suo corpo vivo, invece di un piede, un moncherino morto, colla simulazione macabra di un piede non più recuperabile”. La statistica del mese del novembre 1915 dell’ospedale da campo 092 di Romans, in Friuli, danno un’idea dell’incidenza dei congelamenti nei ricoveri: su 548 soldati entrati per cure, 181 presentavano congelamento ai piedi.

Durante il primo inverno di guerra, il dottore tifernate Giuseppe Moscioni affidò a “Il Dovere” qualche consiglio per i soldati su come prevenire il congelamento: “ingrassare sovente i piedi, saper impiegare le fasce mollettiere, che dovrebbero essere disfatte e rifatte 3 o 4 volte al giorno per attirare la circolazione del sangue”. Nel contempo il giornale denunciò le scandalose responsabilità di alcuni disonesti industriali: “Si sono dati dei casi di congelamento dei piedi a causa dell’infame frode compiuta da qualche fornitore, che ha apposto cartone invece di cuoio nelle scarpe per i soldati”.

 

Igiene e malattie infettive

Emblematica delle condizioni di sudiciume nelle quali la truppa si trovava sovente a vivere in trincea era la diffusione dei pidocchi. Pietro Pichi-Sermolli confidò alla sorella: “Noi ufficiali tanto ci salviamo: ma se tu vedessi i soldati, che stanno un po’ più fitti di noi e un po’ più sporchi! Danno però loro una caccia straordinaria e bisogna sentir le risate quando ne acchiappano uno più grosso degli altri”. E un altro ufficiale, Elio Rossi: “Il 13 p.v. scenderò a riposo. Credi che ne ho proprio bisogno: sono venti giorni che non mi cambio e quelle bestiacce banchettano con le mie carni”. Il caporale Ruggero Baiocchi, nel sollecitare il Comitato di Assistenza tifernate ad inviare al fronte dei preparati antisetticidi che si stavano allora pubblicizzando, mise in rilievo i disturbi e i problemi di salute prodotti dai pidocchi: “Posso dirle che codesti corredini sono veramente efficaci, uccidono e fugano quei tristi insetti che dopo di essere apportatori di varie malattie sono una vera tortura per il povero soldato che, per essi, non può nemmeno godere il poco e meritato riposo”.

Gli stenti finivano poi con l’accumularsi. Venanzio Gabriotti appuntò nell’agenda quanto gli capitò all’inizio del 1917: “23 gennaio. Malato: catarro bronchiale […]. 27 gennaio. Malato, febbre 38. […] 29 gennaio. Pidocchi cappotti”.

Il disagio del soldato si acuiva quando il protrarsi dell’intreccio di combattimenti e di rigore climatico lo costringeva a stare settimane senza cambiarsi. Domenico Vannocchi scrisse al vescovo Liviero: “Certo che i sacrifici non sono pochi. Sono più di due mesi che non mi spoglio ed un mese che non mi sono neppure potuto sciogliere le scarpe”. E Piero Pichi-Sermolli, in una lettera scritta il 5 giugno: “È ormai dal 13 maggio che non mi sono spogliato: ma ci ho fatto tale abitudine, che non me ne accorgo neppure”.

La pioggia riduceva le trincee a enormi vasche di fango. Alimenti e bevande facilmente si inquinavano. Convivere con i topi era un fatto ordinario. Si legge nel diario di Luigi Leonardi: “Alla sera mi corico nella branda con una ripugnanza infinita, […] con i topi che ci corrono sopra non si può dormire”.

La prossimità delle posizioni nemiche impediva i movimenti e imponeva una costante tensione. Spesso era difficoltoso il recupero dei cadaveri rimasti nella “terra di nessuno” tra i due schieramenti. Nei momenti più critici succedeva pure di servirsene per rinforzare i parapetti delle trincee. I corpi si decomponevano, ammorbavano l’aria, diventavano preda dei topi e bisognava almeno tentare di neutralizzarne la pericolosità spargendovi sopra della calce o bruciandoli con i lanciafiamme. Era inoltre nella “terra di nessuno” che capitava di gettare gli escrementi prodotti dall’ordinaria attività fisiologica dei soldati.

Dissenteria, tifo, colera e malaria trovarono pertanto nelle trincee della Grande Guerra europea l’ambiente ideale per attecchire e diffondersi. Una grave epidemia colerica si propagò dalla zona del Monte San Michele nell’estate del 1915 e durò fino al gennaio successivo. Probabilmente venne sottovalutata la comparsa dei primi sintomi di diarrea, ricondotti a semplici enteriti. Poi furono create apposite strutture sanitarie fornite di apparecchi di disinfezione. Secondo le fonti ufficiali, morirono 204 soldati, con una perdita di effettivi dall’1% all’8% nei reparti colpiti.

Le vicissitudini dei soldati altotiberini confermano – e, se possibile, aggravano – tale quadro. Dall’ottobre al dicembre 1915 ne morirono ben 42 di “enterite specifica” o “gastroenterite specifica” negli ospedali da campo di Cormons, Angoris, Russiz, Buttrio e Visco. Il picco fu a novembre, con 28 decessi; l’ospedale dove ne avvennero il maggior numero, il n. 230 di Angoris di Cormons, ne registrò 17.

Fu poi la volta, all’inizio del 1916, di una nuova infezione colerica tra i militari italiani in Albania. La sofferenza del coleroso trovò espressione nelle parole di Gaetano Boschi: “Vomito e diarrea, una diarrea biancastra come un decotto di riso, sottraggono gli umori al malato, che si essicca come una mummia. La pelle si fa grinza; e le occhiate scavate, al cui fondo affiora lo sguardo terrificato dal presentimento di morte, sembrano riflettere o simboleggiare la fossa. Voce appannata, tormento di crampi…”.

In alcune zone dove il tifo addominale era già endemico prima della guerra, diventò epidemico dopo lo scoppio delle ostilità, colpendo insieme militari e popolazione civile.

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Negli ultimi mesi del 1918 fu poi l’epidemia influenzale detta “spagnola” a mietere un numero impressionante di vittime tra i soldati.