Soldato gurkha sull’Alpe di Catenaia (foto Imperial War Museum).
Soldato punjabi.
Soldato mahratta.
Soldato gurkha con il suo kukri.

Soldati dell’Estremo Oriente

Formavano il nerbo della fanteria impiegata nell’Alta Valle del Tevere soldati provenienti dalle colonie britanniche dell’Estremo Oriente: truppe volontarie con una notevole tradizione bellica alle spalle, estremamente coraggiosi e affidabili, a loro agio nella guerra su territori montagnosi e impervi, proprio perché vi erano cresciuti nei loro Paesi d’origine. Dei gurkha nepalesi, strettamente associati al loro tipico pugnale ricurvo, il kukri, si sarebbe arrivato a dire: “Se un uomo afferma di non aver paura di morire, o mente o è un gurkha”. I garhwali provenivano dallo Stato di Uttarakhand, nell’India settentrionale, al confine con il Tibet: una terra prettamente montuosa e spoglia che da generazioni invogliava i giovani all’emigrazione e rendeva loro appetibile la dura vita del soldato professionista. Altri reparti di volontari erano originari della regione pakistana del Belucistan (ci si riferisce ad essi con i termini baluch in inglese, beluci in italiano), dello Stato indiano occidentale di Maharastra (i mahratta in inglese, maratha in italiano) e del Punjab (i punjabi), una terra alla frontiera tra India e Pakistan con una estesa comunità religiosa sikh. Il prezzo pagato per la liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo da tale variegata schiera di soldati del sub-continente indiano sarebbe stato di 5.773 caduti.

Fianco a fianco con le truppe coloniali combattevano soldati proveniente dai Paesi britannici. Un coacervo, dunque, di popoli, di razze, di culture e di religioni che seppe convivere in modo sostanzialmente rispettoso e solidale e che la condivisione dei rischi quotidiani e del comune interesse per la vittoria contribuirono a plasmare in un formidabile strumento bellico. I soldati britannici nutrivano sincera ammirazione, mista a un po’ di soggezione, per questi soldati di colore dal fisico minuto, apparentemente più giovani della loro età, abilissimi tiratori, silenziosi e spietati guerriglieri notturni, sprezzanti del pericolo, pronti ad affrontare senza battere ciglio gli ostacoli più duri. Un brano rende omaggio alla loro straordinaria abilità nel rischioso servizio di pattuglia: Il pattugliamento in profondità faceva emergere le qualità militari insite nel sangue di uomini i cui antenati erano stati soldati per mille anni. Necessitavano vista acuta, movimento silenzioso, decisione rapida e grande coraggio, tutte capacità che le truppe indiane possedevano pienamente e da sempre”.

 

 

Le truppe di colore a Città di Castello

In quei primi giorni di occupazione anglo-indiana, i tifernati poterono vedere da vicino e frequentare quelle truppe di colore che la propaganda nazi-fascista aveva dipinto come una massa di negri selvaggi, di bruti violentatori e di saccheggiatori. Nel contempo si era pure diffusa la loro fama sinistra di spietati guerrieri, che tagliavano le orecchie al nemico ucciso per dimostrarne la morte e ricevere un premio in denaro. Se la loro durezza di soldati e la raccolta dei macabri trofei avevano un fondamento, non trova riscontri uniformi la diceria della gratificazione con premi in denaro.

Comunque, se si escludono alcuni episodi isolati di violenza avvenuti nelle campagne, le truppe indiane lasciarono un buon ricordo nel Tifernate. Teodorico Forconi, che ebbe modo di osservarli a lungo nella zona di San Secondo, così ne parlò: “Tra i soldati c’è molta disciplina, rispetto e garbatezza. […] Il cannone tuona e nell’accampamento si ascolta la radio; dalla parte opposta ufficiali e soldati seguono il tiro dell’artiglieria. Si odono in mezzo a tanto frastuono i canti religiosi della sera degli indiani” (16 luglio); “Mi fermo poi ad osservare l’accampamento degli indiani, caratteristico davvero! Sono tutti al lavoro. Li saluto e rispondono sorridendo in perfetto italiano. […]. I soldati sono intenti alla pulizia personale della loro biancheria. […] Nella notte risuonano le nenie degli indiani e i colpi di cannone” (18 luglio); “Gli indiani sono ancora qui. Hanno pulito tutto prima di partire, non hanno lasciato nulla, non hanno rubato nulla” (22 luglio); “Gli indiani sono straordinari, sono di una agilità felina, sono forti, resistenti; vanno a piedi, a cavallo, in moto; conducono macchine; lavorano da falegnami, da meccanici, fanno strade, costruiscono ponti, sono religiosissimi, combattono bene e muoiono disciplinati. Parlano bene l’italiano; salutano con grazia e si offendono, se non sono ben trattati” (24 luglio).

A Città di Castello le truppe indiane si accamparono nelle fosse delle mura di San Giacomo, nel parco di palazzo Vitelli a Sant’Egidio, nei giardini del Cassero e nella parte superiore di “piazza di sotto”, dove montarono pure una grande tenda-prigione. Altri trovarono alloggio in vari stabili, tra cui il Pensionato Sacro Cuore e la canonica del duomo. La gente si avvicinava curiosa quando questi soldati si mettevano in cerchio a suonare i loro strumenti tradizionali e danzavano intorno a un fuoco; o quando si lavavano seminudi e pettinavano i lunghi capelli prima di raccoglierli in una crocchia sotto il turbante; o quando giocavano a pallavolo in piazza, dopo essersi tolti i copricapi e avere annodato i capelli con nastri di tutti i colori; o quando si recavano a pregare in via Cacciatori del Tevere, dove avevano ricavato il loro luogo di culto: entravano scalzi, lasciando sullo scalino dell’ingresso i loro stivali. Gli indiani si mostravano molto affettuosi soprattutto verso i bambini, distribuendo cioccolata e qualche alimento.

Per il testo integrale, con le note e la fonte delle illustrazioni, si veda il mio volume Guerra e Resistenza nell’Alta Valle del Tevere 1943-1944, Petruzzi Editore, 2016.