Distruzioni belliche a Porta Romana.
Lapide con i nomi dei difensori della città.
Regolamento della milizia civica a difesa della città.

Sansepolcro in mano ai suoi cittadini

Già nell’ultimo scorcio di luglio Sansepolcro aveva cominciato a ripopolarsi, per il rientro di quanti si erano rifugiati in aree rurali della pianura, ormai pesantemente investite dai combattimenti. Poi la progressiva evacuazione della città da parte dei tedeschi indusse anche molti sfollati sulle alture ad abbandonare un territorio diventato assai rischioso, sia perché punteggiato di postazioni di artiglieria germaniche, sia perché soggetto a continui rastrellamenti e percorso da truppe di retrovia talvolta brutali nei rapporti con i civili italiani.

Gli stessi rischi condividevano gli uomini della banda “Francini”, che si mantenevano nascosti, talora frammischiati agli sfollati, nella vasta area boscosa tra Montagna, Montevicchi e l’Alpe della Luna. Il dramma di Nofrio Nofri rivela che cosa poteva succedere a chi cadeva in mano ai tedeschi. Era un collaboratore della “Francini” di 25 anni, rifugiatosi con la famiglia in località Tovagliole. In un giorno di luglio i compagni partigiani lo incaricarono di andare a prendere dei viveri a Sansepolcro. Catturato da truppe germaniche, fu costretto a lavorare alle fortificazioni della Linea Gotica. Si legge nel verbale di morte allegato alla sua scheda: “Gli furono fatte privazioni di ogni sorta e tenuto a scarso di viveri, finché esausto delle privazioni subite, prese le febbri tifoidi. Ma nessuna cura gli fu impartita dai tedeschi, ed il giorno 3 settembre 1944 completamente sfinito decedé in località Pennabilli […]”.

Nella notte dal 3 al 4 agosto, a piccoli gruppi per meglio attraversare le linee tedesche, i partigiani di Sansepolcro rientrarono in città, trovandola del tutto libera. Si acquartierarono nella caserma dei carabinieri e presero contatto con quanti già cercavano di difendere il centro abitato da ulteriori offese e di assicurare la sopravvivenza della popolazione. Gli uffici comunali avevano già riaperto il primo agosto. L’appello lanciato a tutti gli uomini in grado di dare una mano in quel drammatico frangente non cadde nel vuoto. Nel giro di pochi giorni si costituì una milizia civica composta di 150 uomini; altri si sarebbero aggiunti successivamente.

Con i tedeschi a poca distanza e in posizione minacciosa sulle colline, fu prioritario organizzare un piano di difesa, necessariamente condizionato sia dal numero esiguo di volontari, sia dall’armamento raccogliticcio di cui disponevano. L’ideatore del piano, il capitano in congedo Giovanni Ugolini, così lo avrebbe rievocato: “Le porte della città furono bloccate con cavalli di frisia e collegate telefonicamente con la caserma dei carabinieri ove risiedeva in permanenza un picchetto armato di partigiani pronto ad accorrere ove si fosse manifestata la minaccia. Alle porte montavano la guardia gruppi di partigiani pronti notte e giorno a dare l’allarme ed iniziare il fuoco. Il coprifuoco fu fissato per l’imbrunire in modo che gli uomini proposti alla difesa potessero circolare liberamente e sparare su chiunque non si fosse fermato alla intimazione dell’alt”.

Tutte le precauzioni difensive si mostrarono opportune. In effetti pattuglie tedesche tentarono di infiltrarsi in città con il favore delle tenebre, o per effettuare demolizioni, o con intenti di razzia. In una circostanza furono colte nell’atto di piazzare mine a ridosso delle mura e respinte dopo uno scontro a fuoco. In un secondo episodio, dopo una battaglia notturna i volontari sottrassero agli incursori germanici circa 10 quintali di tritolo che sarebbero certo serviti a distruggere altri edifici del centro abitato. In quel combattimento la milizia civica seppe fare buon uso di una mitragliatrice Browning prelevata tempo prima da un aereo britannico precipitato presso il Trebbio e fino ad allora tenuta nascosta in una cantina. Durante la difesa di Sansepolcro venne spostata al bisogno su un carretto da un punto all’altro delle mura urbiche.

I volontari di Sansepolcro dettero prova di coraggio in due altre occasioni. L’11 agosto, a San Lazzaro, a circa un chilometro dalle mura in direzione di Cospaia, andarono in soccorso della popolazione che rischiava di essere deportata. L’azione ebbe successo anche per il fuoco di copertura della mitragliatrice pesante piazzata a Porta Romana. Un impegnativo scontro a fuoco ebbe poi luogo fuori Porta del Castello, per cacciare una pattuglia tedesca intenzionata a completare la distruzione della “Buitoni”. Si riuscì così a salvare, dopo le distruzioni subite da altri impianti aziendali, uno stabilimento vitale per riavviare l’economia locale. Nei due combattimenti, si contarono quattro feriti fra i volontari. Altri furono colpiti da scheggia di granata il 17 agosto presso il ponte sul Tevere, mentre si recavano di pattuglia verso Anghiari.

Nel corso dei trenta giorni nei quali Sansepolcro rimase, militarmente parlando, in una “terra di nessuno”, la guerra non cessò dunque mai di incombere sulla popolazione. Anche i cannoneggiamenti tedeschi furono frequenti, con gravi danni subiti da edifici religiosi e civili. Particolarmente pesante fu quello del 17 agosto, con colpi di mortaio e granate che si abbatterono sul centro abitato soprattutto in tarda serata, a un ritmo crescente che i britannici, dal loro posto di osservazione, quantificarono fino a 100 colpi al minuto.

Nel frattempo i “difensori” di Sansepolcro si erano organizzati anche per gli aspetti civili e amministrativi, con la nomina di un Comitato di Liberazione provvisorio. Si insediò il 14 agosto, chiamando alla presidenza Carlo Dragoni, che assunse pure le funzioni di sindaco. Oltre al problema della difesa, preoccupava l’emergenza alimentare. Lo stato di guerra impediva di far affluire derrate alimentari dalla campagna. Si poté quindi far conto solo sui viveri conservati in città, in parte conferiti volontariamente dai proprietari, in parte sequestrati “a coloro che erano noti come trafficanti di mercato nero”. Fu la milizia civica ad adoperarsi perché la distribuzione dei generi alimentari avvenisse con criteri di equità.

La nomina a sindaco di Dragoni avvenne – si legge nella relazione di Bellini – “dopo aver ottenuto il benestare dal governatore inglese di stanza ad Anghiari”. Uno stretto collegamento con i comandi britannici situati a Citerna e Anghiari era reso necessario da un lato per far sospendere il tiro delle loro artiglierie, che inizialmente bombardavano Sansepolcro credendola ancora in mano tedesca, dall’altro per ottenere qualche forma di protezione in caso di attacco germanico. Da quel momento, quando Sansepolcro era cannoneggiata, i britannici presero a far alzare in volo le loro “cicogne” per individuare le postazioni di artiglieria nemiche. I tedeschi, ben sapendo che di lì a poco sarebbe sopraggiunta l’aviazione alleata, erano così costretti a sospendere il fuoco e a proteggersi dall’attacco aereo. Inoltre i britannici dotarono i partigiani di Sansepolcro di una pistola a razzi per comunicare con loro in caso di necessità, “prestabilendo l’uso dei diversi colori di segnalazione a seconda del tipo di intervento richiesto”.

Il rischio che Sansepolcro, nei primi giorni dell’autogoverno cittadino, potessere essere bersaglio del “fuoco amico” dei liberatori era reale. Nelle sue memorie, il maggiore Richard Heseltine, comandante dello squadrone degli Hussars che aveva conquistato Città di Castello e che poi continuò a combattere con i suoi Sherman anche nel nord della valle, ripropose il racconto di quanto sia stata vicina alla distruzione l’opera più famosa di Piero della Francesca:

Sul nostro fianco destro, Tony Clarke si era posto su una posizione di osservazione in un cespuglio su terreno elevato, da dove poteva avere una chiara veduta di Sansepolcro. Dopo un po’ ricevette l’ordine di puntare l’artiglieria sulla città, in previsione del bombardamento programmato per supportare il nostro attacco. Ma si sentiva turbato. Innanzitutto non aveva scorto alcun segno di occupazione; inoltre, c’era qualcosa nel nome di quella città che gli era famigliare. Ma cosa? Mentre Tony cominciava a sparare i suoi ‘ranging shots’, quella domanda gli rigirava per la testa. All’improvviso ricordò: era un saggio che aveva letto, intitolato ‘Il più bel dipinto del mondo’. Si trattava dell’affresco di Piero della Francesca ‘La resurrezione di Cristo’, raffigurato sopra le guardie del sepolcro che dormono, dipinto sulla parete del municipio di Sansepolcro. Tony sapeva che, siccome un affresco è incorporato direttamente sulla superficie della parete, il capolavoro di Piero sarebbe andato irrimediabilmente perduto qualora l’edificio fosse stato distrutto. Perché mai rendersi responsabile di un gesto così terribile? Proprio allora un giovane pastore passava con le sue pecore. Tony lo chiamò: ‘I tedeschi sono a Sansepolcro?’ ‘No’, rispose, ‘se ne sono tutti andati e sono sulle colline dietro alla città’. Allora Tony decise di cessare il fuoco e implorò il comandante della Royal Artillery di cancellare il suo piano di fuoco, in quanto non necessario. Così furono salvate Sansepolcro e la ‘Resurrezione di Cristo’”.

È anche vero, però, che gli stessi concittadini di Piero della Francesca si erano premuniti per proteggere il celebre affresco. Una decina di volontari della milizia civica eressero davanti ad esso una barriera di sacchi di sabbia. Inoltre, a quanto si racconta, furono inviati due emissari verso Citerna per raccomandare all’artiglieria britannica di non bombardare la città, dal momento che i tedeschi se ne erano ormai andati.

Con Sansepolcro in mano ai partigiani e a oppositori vecchi e nuovi del fascismo, chi aveva apertamente sostenuto il regime si trovò intrappolato in una città ostile. Le fonti storiche generalmente concordano sul fatto che i fascisti più in vista furono arrestati, sottoposti a interrogatorio, messi in condizioni di non nuocere e obbligati al lavoro di rimozione delle macerie. Ugolini scrisse che “nessuno fu gravemente battuto e il tutto si limitò a qualche intimidazione e a qualche frizzo”. Altrove si legge che “al massimo scappò un ‘ciurlone’ benevolo e paterno su qualcuno”. Mancarono gravi episodi di rappresaglia anche perché in fondo si trattava dei “pesci più piccoli”. Tuttavia quanto avvenne suscitò l’aspra critica di don Luigi Mengozzi: La parola d’ordine è vendicarsi! Vendicarsi di che cosa? Lo sanno almeno? Non si è sicuri nella propria casa, nel proprio letto. Si è braccati, stanati, prelevati. […] Si vivono in città ore di incubo e di ansia. […] Non passa giorno che qualcuno non venga prelevato, portato in caserma (quartier generale) e bastonato a sangue. […] I partigiani, sentendosi padroni, sono andati a prelevare cittadini che hanno avuto cariche nel passato regime e si sono resi benemeriti per la loro attività a favore della città. Poi li hanno condotti a sbadilare a tirare la carretta. Fra i tanti un nome solo: Marco Buitoni”. Ma il punto di vista di Mengozzi, che nel suo diario assume talora il tono di uno sfogo, appare venato da una forte avversione verso il protagonismo dei giovani partigiani: “Sono i tedeschi che hanno liberato la città, quando se ne sono andati. Poi è venuta l’occupazione! I ragazzi non sanno che cosa sia la guerra, quella vera, e nella loro fervida fantasia, immaginano di essere al centro di una grande battaglia e di avere un compito: salvare Sansepolcro! […] Accanto a quelle difese da farsa, montano la guardia […] Durante la notte si spara alle ombre per darsi un tono, per farsi coraggio”.

 

Per il testo integrale, con le note e i riferimenti iconografici, si veda il mio volume Guerra e Resistenza nell’Alta Valle del Tevere 1943-1944, Petruzzi Editore, 2016.