Cartoline propagandistiche di epoca bellica.

Propaganda

Durante la guerra assai intenso fu lo sforzo propagandistico. Il comune aveva costituito un Nucleo di Propaganda Patriottica fra la Popolazione Civile, chiamando a fame parte intellettuali apprezzati per cultura e doti oratorie. Tra la fine di giugno e l’inizio di ottobre ebbero luogo al Teatro La Vittoria ben 14 conferenze per spiegare le ragioni della guerra ed informare sulle prime vicende belliche. Contemporaneamente prese il via una serie di conversazioni di propaganda, numerose delle quali tenute nelle fabbriche da parte di studenti universitari, insegnanti e membri della locale sottosezione dell’Istituto Nazionale di Cultura Fascista.
Dalla sottosezione tifernate dell’istituto, diretto da Angelo Rosini, dipendevano nuclei formatisi a San Giustino, Lama, Selci, Monte Santa Maria, Lippiano, Promano, Trestina e Sansecondo. La segreteria nazionale ordinò di effettuare settimanalmente riunioni di commento sulle operazioni militari e conversazioni di carattere politico e sui problemi dell’organizzazione civile in tempo di guerra.
Mentre il conflitto si protraeva, crebbe il peso della pressione propagandistica. Non bastava più “credere, obbedire e combattere”; si doveva tassativamente “tacere e vigilare”. I giornali cominciarono a pubblicare trafiletti ed avvisi per indurre la popolazione ad un’obbedienza incondizionata, soffocando ogni residuo margine di libera espressione. Così vennero presentati i “doveri dell’ora presente”: “Evitare chiacchiere, critiche e propalazioni di notizie allarmistiche e comunque tendenziose. Considerare disfattista chiunque non si attenga a questo dovere, poiché non è ammessa la buonafede. Credere e diffondere solo notizie ufficiali… Impedire con ogni mezzo che voci o commenti, che sono reati, vengano diffusi… Legionari, squadristi e fascisti hanno il compito e l’obbligo di agire energicamente contro ogni e anche minimo strappo alla disciplina”.
I cittadini furono messi all’erta sulla presenza di spie nemiche: “Molti ingenui si figurano le spie come le hanno viste al cinema o nei romanzi gialli; donne fatali o uomini dai visi obliqui e misteriosi che incutono sospetto e diffidenza. Questa è letteratura. La spia è quasi sempre ‘uno qualunque’ che s’insinua, senza che vi salti il più lontano dubbio…” Ne conseguivano disposizioni perentorie: “Tacere con tutti, anche con gli intimi amici e le stesse persone di famiglia. Le vostre notizie e impressioni potrebbero essere ripetute e giungere all’orecchio di agenti del nemico.” Per reprimere la “strategia da caffè e da marciapiedi” fu affisso nei negozi, nei pubblici esercizi e nei ritrovi questo cartello: “Qui non si fanno previsioni né discussioni di alta politica o di alta strategia: si lavora!” Inequivocabile anche il messaggio lanciato a “certi radioamatori”: “C’è ancora qualcuno, purtroppo, che nelle ore religiosamente sospirate, cerca nell’ermetico silenzio della sua casa l’onda di Radio Londra. È quel tizio – non si sa se più imbecille o traditore – che potrà poi, sussurrando nelle orecchie degli intimi di casa e di fuori casa, informare sulle ‘verità’ del nemico: le sconce verità che puzzano di sangue e di menzogna… Avviso a codesti individui, imbecilli e traditori, per i quali, se pescati in flagrante, potrebbe esserci anche qualche cosa d’altro, prima dei sei mesi di galera e delle migliaia di lire. Qualche cosa d’altro meno legale ma quanto più immediatamente efficace”.
L’attività di propaganda continuò ad essere svolta dalla sottosezione dell’I.N.C.F. Nel corso del 1941 tenne 36 incontri, la metà dei quali negli stabilimenti industriali cittadini. Le conferenze di maggior impegno avevano luogo al Circolo Tifernate; nelle conversazioni di fabbrica gli oratori erano spesso giovani universitari. Nel novembre di quell’anno la celebrazione del ventesimo anno del fascismo fu affidata a don Enrico Giovagnoli, considerato ancora dal regime l’intellettuale locale di maggior prestigio.

Il resto del testo è nel documento allegato.