San Faustino di Bagnolo
Lapide a San Faustino in memoria della Brigata.

L’origine della banda di San Faustino

L’origine della formazione partigiana che avrebbe segnato la storia della Resistenza alla sinistra del Tevere, sull’Appennino umbro tra Città di Castello, Umbertide e Gubbio, si fa risalire al 13 settembre 1943. In tale data, nella sua proprietà di San Faustino, un colle al confine tra i territori di Pietralunga e Montone, Bonuccio Bonucci incontrò un gruppo di esponenti militari e civili intenzionati a dar vita a un’organizzazione armata contro il nazi-fascismo. Tra gli altri, erano presenti l’avvocato eugubino Gaetano Salciarini e l’ufficiale tifernate Stelio Pierangeli. Chiesero all’ufficiale pilota Mario Bonfigli, sfuggito avventurosamente in aereo da Fano insieme al tenente Lamberto Olivari, di recuperare il velivolo con il quale aveva compiuto un atterraggio di fortuna presso Castiglion del Lago e di portarne i vari pezzi nella zona di Pietralunga; dopo l’atterraggio l’aveva infatti smontato, nascondendone in campagna le componenti. L’operazione non ebbe successo, ma per il coraggio dimostrato Bonfigli parve la figura più idonea ad assumere il comando militare della nascente formazione. Prese il nome di battaglia di “Mefisto”.

A gettar luce su quanto avvenne successivamente contribuisce la relazione scritta da uno dei protagonisti, Luca Mario Guerrizio, ufficiale tornato dopo molteplici peripezie dalla Slovenia e subito datosi alla macchia presso Perugia. Lo contattarono Bonucci e altri esponenti antifascisti – Gino Spagnesi, Alfredo Abatini, Alberto Apponi e Raffaele Monteneri –, offrendogli un ruolo di comando nel progetto di costituire formazioni armate. Queste le linee direttive: “Lotta senza quartiere contro l’invasore tedesco; lotta contro il fascismo; ostacolare l’arruolamento nel così detto esercito repubblichino; educare le masse ai principi di libertà senza specifici programmi di partito”. Guerrizio accettò e presiedette diverse riunioni clandestine tenute a novembre nella zona di San Faustino. Furono gettate le basi di un movimento partigiano “alieno da qualsiasi pregiudiziale politica”: una rete di nuclei patriottici che doveva reperire armi e risorse finanziarie, assistere i prigionieri di guerra anglo-americani e irradiarsi in varie città umbre, tra cui Città di Castello e Umbertide.

Oltre a Guerrizio, animatore e indiscusso punto di riferimento del nucleo antifascista rimase Bonuccio Bonucci. Persona molto apprezzata per la signorilità dei modi e per lo spessore etico, non esitò a mettere a disposizione le proprie risorse e altre ne trovò per dare corpo ad ambiziosi progetti: “Bonucci si provvide di mezzi, in parte raccolti a Città di Castello; acquistò i materiali per una piccola tipografia che doveva pubblicare un settimanale clandestino inteso a dare una coscienza politica”. Nel territorio collinare tra Umbertide e Montone, chi voleva rendersi irreperibile e andare alla macchia solitamente chiedeva aiuto o informazioni a lui. Come il montonese Domenico Bruschi: “Lo incontrai mentre andava a piedi verso San Faustino. Gli feci vedere la cartolina precetto che mi era arrivata e lui mi disse: ‘Se vuoi venire con me…’”. Bonucci ebbe tra i suoi collaboratori il ten. Renato Ramaccioni, il ten. Giuseppe Migliorati, il fratello Giuseppe Bonucci e Giovanni Valcelli.

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Tra la fine del 1943 e il gennaio 1944 risultavano in via di formazione e precariamente organizzati nuclei partigiani, o di semplici renitenti alla macchia, a San Faustino, a Capanne, a Caimattei, a Montebello, a San Benedetto e a Montelovesco. Non erano ancora organicamente collegati, e non godevano del supporto di comitati antifascisti attivi nei centri urbani di riferimento. Il CLN di Perugia era in qualche modo in contatto solo con quello di San Faustino. Tali nuclei mancavano di armi per poter passare con efficacia all’azione, o difendersi se attaccati, e si preoccupavano soprattutto di sfuggire alle ricerche di fascisti e tedeschi e di sopravvivere ai rigori dell’inverno e ai morsi della fame con l’aiuto delle comunità che li ospitavano. Li componevano per lo più giovani in età di leva e cresciuti in epoca fascista, i quali non avevano, né potevano avere, orientamenti politici marcati e maturi. Tuttavia la convivenza con un mondo rurale antifascista e a suo tempo conquistato dal socialismo li stava aprendo verso nuovi orizzonti ideali.

Il gruppo di San Faustino, nel quale erano confluiti diversi ex ufficiali dell’esercito italiano di tendenze liberali e moderate, aveva fama di essere “badogliano”. Alla riunione dei principali esponenti della Resistenza umbra, tenuta su iniziativa dei comunisti il 29 dicembre a Monte Malbe, presso Perugia, alla quale non era presente alcun altotiberino, si rilevò come la “San Faustino” non fosse “controllata” da comunisti. Di lì a poco un rapporto di Enzo Comparozzi così la citava: “Un’altra banda, che noi chiamiamo ‘fantasma’ perché tutti ne parlano ma nessuno ha potuto ancora registrare una azione, si troverebbe sotto la direzione di elementi badogliani”.

Il comunista Comparozzi faceva parte del Comitato di Liberazione Nazionale della provincia di Perugia insieme proprio al promotore della banda di San Faustino, Bonuccio Bonucci, delegato dal partito liberale. Il CPLN si era costituito il 2 dicembre 1943, ponendosi come obbiettivo primario il coordinamento della Resistenza armata. Tuttavia non riusciva ancora a dispiegare la sua attività. Da un angolo di visuale altotiberino, si può concordare con quanto scrive Tommaso Rossi riguardo al modesto ruolo recitato da tale comitato: “L’impressione è […] che l’effettivo rafforzamento delle brigate durante l’inverno, e il loro definitivo salto di qualità da marzo in poi, siano figli soprattutto dell’organizzazione, delle strutture e delle reti autonomamente create in ciascuna zona, non tanto di un costante coordinamento dal centro”. Anche nell’Alta Valle del Tevere la genesi del movimento di Resistenza era caratterizzata “essenzialmente da spontaneismo e occasionalità”. Forse anche per questo sin dall’inizio gli uomini alla macchia non si lasciarono irretire da pregiudizi politici e ideologici, trovando una forte intesa su ciò che li univa: la lotta al nazi-fascismo. Né il Comitato di Liberazione provinciale sarebbe riuscito in seguito ad affermare un’autorevole funzione di leadership, rivelandosi un organismo “eminentemente formale”.

 

Per il testo integrale, con le note e la fonte delle illustrazioni, si veda il mio volume Guerra e Resistenza nell’Alta Valle del Tevere 1943-1944, Petruzzi Editore, 2016.