Partigiani della “San Faustino”.
Livio Dalla Ragione
Localizzazione delle bande della "San Faustino".
Prima pagina del racconto di don Marino Ceccarelli della sua esperienza partigiana.
Libro su don Marino Ceccarelli.

La formazione delle bande di Pietralunga, di Morena, di Capanne, di Montebello e di San Benedetto

La banda di Pietralunga

 

 

Prendevano così corpo le aggregazioni partigiane nel territorio tra Pietralunga, Montone e Città di Castello. I renitenti di Montone si accorparono a Capanne, lungo la valle del torrente Carpina. Lì insegnava il maestro Ruggero Puletti, che, per quanto solo ventenne, sarebbe diventato il loro capo. Dopo la guerra, Puletti divenne sindaco di Montone. Coronò la carriera politica con l’elezione al parlamento europeo come esponente del Partito Socialista Democratico Italiano.

I primi renitenti di Pietralunga si dispersero nel territorio comunale, assai favorevole per nascondersi. “Alla macchia” – sono parole di Libero Pauselli – “ci si andava individualmente, perché non si era organizzati. Si viveva un po’ così, sbandati. Si stava con i contadini per sopravvivere, il problema era mangiare e nascondersi”. Un piccolo nucleo si diresse verso Colle d’Antico (detto più comunemente Collantico); un altro più consistente si sistemò in vecchie case coloniche disabitate a Caldarelle, poi a Cairocchi, nelle vicinanze.

Sin da ottobre alcuni episodi in paese rivelarono uno stato di inquietudine e una montante ostilità verso il regime. Ciò che avvenne il 23 ottobre 1943 sembrò configurarsi come un attentato ad opera di oppositori: “[…] alle ore 19 in piazza principale di Pietralunga è stata lanciata bomba a mano contro comandante staz. CC che insieme al milite forestale eseguiva servizio vigilanza. Riusciti a dileguarsi, nessun ferito”. In realtà si trattava di un gesto isolato, compiuto comunque da uno dei primi giovani partigiani locali, Antonio Duranti, detto “Negus”. Avrebbe ammesso Tullio Benigni, una delle figure più autorevoli della Resistenza pietralunghese: “Ancora noi si era un po’ sbandati, senza un comando vero; avevo l’incarico di dirigere, ma ognuno faceva di testa sua”. In quel periodo furono arrestati un renitente, Vincenzo Martinelli, e due cugine che lo avevano aiutato a nascondersi. Il giovane riuscì a fuggire, ma l’arciprete don Pompilio Mandrelli scrisse in una sua Cronistoria: “Il gesto di arresto delle due giovani come ostaggio inasprisce la popolazione”. Inoltre, il 1° novembre, si fecero vedere in paese alcuni latitanti armati e i carabinieri li affrontarono: mentre i compagni riuscirono a fuggire, Tullio Benigni venne arrestato con due bombe a mano addosso. Mandrelli trovò il modo di farlo liberare. Ma dalle parole della sua Cronistoria trapela quanto la popolazione solidarizzasse con renitenti e disertori: “Ottenuto lo scopo l’Arciprete arringa dal balcone della Chiesa la folla minacciosa. La rassicura della sorte del giovane catturato e invita tutti a ritornare nelle proprie case […]”.

Da allora i carabinieri dovettero comportarsi in modo assai più cauto nei confronti dei tanti giovani alla macchia. Ma anch’essi si resero conto dell’assoluta necessità di organizzarsi e di evitare mosse estemporanee e inopportune. Si andò quindi gradualmente costituendo già nel 1943 una banda con Tullio Benigni, Edoardo Bovicelli, Amedeo Cancellieri, Italo Caselli, Antonio Di Benedetto, Antonio Duranti, Luigi Gaspare Fiorucci, Angelo Lorenzini, Amedeo Lauro, Adriano Ottaviani, Giuseppe Urbani e Giovanni Valcelli; tra i primi che vi si aggregarono nel gennaio 1944, sulla base dell’attività partigiana ufficialmente riconosciuta, furono Antonio Benigni, Stefano Lorenzini, Leonardo Mariotti, Luigi Martinelli, Lidio Morganti, Libero Pauselli, Inno Ruggeri, Bruno, Franco e Zanetti Urbani. Non tutti andarono alla macchia. Chi non sentiva la morsa repressiva stringersi addosso ebbe l’opportunità di restare in paese, con le opportune cautele, e di mantenersi in collegamento con i compagni ormai insediatisi stabilmente a Cairocchi.

 

 

La banda di Morena

 

 

A Morena – località collinare in comune di Gubbio, ma dai solidi e costanti legami con Pietralunga – il parroco don Marino Ceccarelli fu contattato da Bonucci all’inizio di novembre. I due non si conoscevano, ma seppero intendersi e vincere l’iniziale circospezione: “[…] cominciammo a parlare con molta diffidenza da ambedue le parti finché dopo esserci ben compresi ci demmo la mano per dirci amici e seguaci di un medesimo ideale”. Don Marino chiese aiuto agli avvocati Gaetano Salciarini e Gustavo Terradura Vagnarelli e cominciò ad accogliere giovani fuggiaschi da Gubbio. Della banda di Morena – che sarebbe arrivata a contare 22 uomini – divenne lui la figura carismatica: “[…] lavoravo a più non posso per radunare armi a qualsiasi prezzo”. Il console americano Walter William Orebaugh, che si unì alla “San Faustino”, lo definì “esempio vivente del prete impegnato che badava al suo gregge e che lo proteggeva in ogni modo”. E ancora: “Alto, magro, con la faccia scarna, col cappello rotondo e il lungo abito nero, si muoveva rapido tra la sua gente come un merlo dalle gambe lunghe, aiutando e spalleggiando i partigiani. […] Il suo aiuto fu senza prezzo”. All’inizio di novembre Bonucci lo incontrò per avviare la collaborazione tra i loro gruppi. Durante l’inverno gravitò intorno alla formazione di Morena anche Samuele Panichi, di Cagli, che avrebbe poi costituito una sua banda autonoma.

 

 

La banda di Capanne

 

 

Il gruppo di Capanne mantenne un legame costante con Bonuccio Bonucci. Così lo ricorda Domenico Bruschi: “Ci teneva informati su quanto avveniva; per noi era come un padre”. Arrivarono ad essere in 18-19 a Capanne. Nella quasi totalità si trattava di contadini mezzadri; i più avevano da 19 a 24 anni. I nomi di alcuni di essi restano indissolubilmente legati al luogo d’origine o al podere della famiglia: Domenico Bruschi di Gaianello, Gino Ceccagnoli di Turabuco, Liseo Martinelli di Coloti, Luigi Bruschi di Spirineo, Mimo Meniconi di San Venano di Sotto, Alberto Capanna e Aurelio Bacchetti di Corlo, Rino Cacciamani di Cai Coppi, Ruggero Bruschi di Fontinella, Rinaldo Procacci di Valcaprara, Pietro Colcelli di Gaiano, i fratelli Gianni e Giuseppe Feligioni di Col di Corona, Ivo del Pantano. Non si trattava ancora di una formazione militarmente attiva. Nelle parole di Bruschi, “la forza era molto poca, e la paura era tanta; però la paura di rispondere ai bandi era maggiore”.

 

 

La banda di Montebello

 

 

Alcuni renitenti tifernati – Francesco Ascani, Livio Dalla Ragione, Settimio (“Mimo”) Gambuli, Ivo Giacchi e Pasqualino Pannacci – si ritrovarono a Castelguelfo (Pietralunga). Mentre il nucleo si ampliava in forma del tutto spontanea, si trasferì nella vicina località di Valdescura (o Val di Scura), e quindi a Montebello, da allora rifugio di chi scappava da Città di Castello. A tenere i collegamenti con la città fu Pannacci. Dalla Ragione e “Mimo” Gambuli sarebbero stati poi eletti rispettivamente comandante e vicecomandante della banda. Era la prima elezione democratica alla quale prendevano parte. Successivamente un gruppo di essi venne dislocato a Caimattei, poco a sud-ovest di Monte Splendore, con Francesco Ascani alla loro guida.

A Valdescura i tifernati furono accolti dalla famiglia patriarcale dei Valentini, contadini che avevano già condiviso le loro poche risorse con numerosi prigionieri in fuga dai campi di concentramento. Ricordava Sergia Valentini, allora ventiduenne: “Erano slavi, non parlavano l’italiano. Mettevano il dito in bocca per farci capire che avevano fame. Eravamo dei poveri contadini, ma abbiamo sempre diviso con loro quanto avevamo. Poi aprivano lo loro carte geografiche e cercavano di capire dove potevano andare. Dei russi ci chiesero la strada per la Russia e la Mongolia…”. Successivamente i Valentini si videro arrivare i renitenti tifernati. Sono ancora parole di Sergia: “Questi giovani di Castello ci facevano pena per il rischio che correvano e perché mancavano di tutto. La prima sera Patrizio [l’anziano capofamiglia] ci fece andare a dormire nel capanno e fece dormire loro sui nostri letti. Ci disse: ‘Noi ci possiamo dormire sempre, per una sera possono pure dormirci loro…’ Da allora li abbiamo assistiti in tutto. Io mi abituai a cuocere al forno trenta pani per volta”. La solidarietà dei Valentini, come si vedrà, abbracciò anche i partigiani marchigiani della banda Panichi e permise ai giovani fuggiaschi di sopravvivere all’inverno. Tuttavia mancavano ancora i presupposti per combattere: di armi, inizialmente, il nucleo di tifernati non aveva che un fucile austriaco dato da un contadino in cambio di una doppietta, due pistole a tamburo dei carabinieri e una machine-pistole. Anche i collegamenti con altri gruppi alla macchia erano ancora pressoché inesistenti: o non sapevano della loro esistenza, oppure – come nel caso di quelli di Morena – mantennero verso di essi un atteggiamento “guardingo”. Le ragioni le spiegò Livio Dalla Ragione: “S’era ragazzotti di vent’anni, quelli di Morena venivano da Gubbio, non si conosceva nessuno; seguitammo a stare per conto nostro”.

 

 

I renitenti umbertidesi

 

 

Non approdarono nella formazione di San Faustino i renitenti umbertidesi. Rimasero nascosti a Maravola fino a novembre, quindi si trasferirono verso San Benedetto, a poca distanza da San Faustino, sulle alture tra le valli del Carpinella e dell’Assino. Sapevano di Bonuccio Bonucci, ma i più espressero “forti riserve” per le idee liberali e moderate di Bonucci e dei principali suoi collaboratori. Secondo Raffaele Mancini, che ebbe un ruolo di spicco nel gruppo, fu un vecchio contadino socialista del luogo, Bartolomeo Gianfranceschi (“Meo”) a condizionare la scelta della grande maggioranza di quei renitenti. Quando si formò la banda di San Faustino, “Meo non riuscì a concepire l’alleanza con elementi della destra democratica alla quale apparteneva Bonuccio Bonucci” e, “usando il suo innegabile ascendente sui giovani contadini, li dissuase dal trasferimento”. A nulla valsero le sollecitazioni di chi invitò a non arroccarsi su posizioni settarie. Il gruppo di San Benedetto, tranne Raffaele Mancini e Raoul Bonucci, che avrebbero aderito alla “San Faustino” fungendo da raccordo con i compagni umbertidesi, mantenne pertanto una sua totale autonomia, finendo con il recitare un ruolo marginale nelle vicende della resistenza armata. Effettuò alcune sporadiche azioni di disarmo di fascisti e tedeschi, ma soprattutto contribuì a prevenire o a vanificare razzie di bestiame e di viveri da parte delle truppe germaniche ai danni della popolazione rurale di quel territorio. Il nucleo umbertidese arrivò a contare, a seconda delle fonti, dai 14 ai 19 uomini: su 19, ben 14 erano mezzadri, altri due coltivatori diretti.

Nelle sue memorie, Raffaele Mancini fa riferimento a una banda raccolta in località Capelli, presso San Faustino: fu a essi che si aggregò quando lasciò i compagni di San Benedetto. Così ne parlò: “Il gruppo dei giovani di Capelli, sparuto e male armato, è un gruppo ribelle alle leggi fasciste, alla guerra fascista. E questo per loro basta”. Di una banda con tale denominazione non si trova traccia in altra documentazione; è quindi probabile che si sia trattato di un nucleo aggregato a quello di San Faustino, o con esso coincidente.

Un’altra formazione, che si definì indipendente o autonoma, sorse a Montelovesco, sul versante meridionale della valle dell’Assino. Tra gli umbertidesi che ne fecero parte vi furono i fratelli Luciano e Francesco Loschi e Oscar Lazzerini. Il perugino Antonio Mancini così ne parlò in una sua memoria: “Formammo un gruppo che estendeva il suo controllo su tutta la zona Montelovesco – Castiglion Aldobrando – Pierantonio, gruppo che numericamente oscillò tra i 12 e i 16 elementi. […] Si era purtroppo scarsamente armati, disponendo solo di alcune pistole, bombe a mano e fucili da caccia, e a tutti coloro cui ci eravamo rivolti non era stato possibile procurarcele. La nostra attività e propaganda fece sì che non uno degli abitanti di tutta la zona sopracitata rispondesse alle ripetute chiamate dell’esercito fascista. […] Demmo in varie occasioni cibo, alloggio e vestiario ad ex prigionieri alleati di passaggio nella zona”. Il nucleo sarebbe rimasto a lungo in collegamento con l’altro costituito da Bruno Enei a Pisciano, sullo stesso versante della valle, verso Gubbio. Mantennero i contatti tra Pisciano, Montelovesco e Umbertide il maestro Umberto Alunni e soprattutto Raffaele Simone, ventenne pugliese sfollato nella valle e datosi alla macchia subito dopo l’8 settembre. La banda di Montelovesco non sarebbe mai stata ufficialmente riconosciuta e solo alcuni suoi membri ebbero la qualifica di partigiano combattente: tra di essi i fratelli Loschi e Oscar Lazzarini.

 

Per il testo integrale, con le note e la fonte delle illustrazioni, si veda il mio volume Guerra e Resistenza nell’Alta Valle del Tevere 1943-1944, Petruzzi Editore, 2016.