Genieri della X Divisione Indiana in azione per aprire una nuova strada (foto Imperial War Museum).
Il percorso della "Scala di Giacobbe".

La “Scala di Giacobbe” e l’avanzata verso l’Alpe di Poti

Mentre si lottava a Monte Cedrone, gli Alleati considerarono prioritario bruciare le tappe per convergere dall’Alta Valle del Tevere su Arezzo e accelerare la liberazione della città cacciando i tedeschi dall’Alpe di Poti. Nel contempo, occupare la valle del Cerfone significava bloccare il flusso di rifornimenti e di truppe tra la Toscana, la valle tiberina e l’Adriatico lungo la strada provinciale di Palazzo del Pero.

A tal fine, sin dal 12 luglio 1944, con i monti Civitella e Favalto già saldamente in mano anglo-indiana, si cominciò a ispezionare quell’accidentato territorio appenninico per costruire in brevissimo tempo una strada d’uso militare da Volterrano e Palazzo del Pero, che permettesse un veloce movimento di truppe verso l’Alpe di Poti: una “scorciatoia” in grado di vanificare il controllo che i tedeschi ancora avevano della valle del Cerfone. L’analisi aerea della zona indusse a scegliere un percorso, attraverso Santa Maria alla Rassinata e Monte Dogana (alla sinistra del Favalto), che “sfidasse gli ostacoli, invece di aggirarli”. Il progetto sembrava di eccezionale difficoltà e non fattibile in meno di 10 giorni; ma non c’era a disposizione tutto quel tempo.

I lavori iniziarono di primo mattino il 14 luglio: “Si mise all’opera una strana miscela di nazionalità. La protezione era garantita da reparti corazzati del Central Indian Horse, attestati sulle alture. La spina dorsale del cantiere erano i genieri indiani della Bombay e della Madras. Fungevano da tecnici i genieri canadesi, la cui conoscenza degli esplosivi fu necessaria per rimuovere macigni da due o tre tonnellate. Altri genieri anglo-indiani guidavano i bulldozer. Squadre di operai italiani furono impiegate per la rimozione di terreno, di detriti e di alberi”. Diventata poi nota come “Scala di Giacobbe” (“Jacob’s Ladder”), la stupefacente realizzazione divenne praticabile addirittura alle ore 18 del giorno dopo, quando cominciarono a percorrerla jeep e carri armati. Tale fu l’eco suscitato dalla rapidissima costruzione della strada, che volle percorrerla lo stesso re britannico Giorgio VI, quando giunse in visita in Italia il 23 luglio. Il 25 luglio ogni militare che poteva essere lasciato libero ebbe una mezza giornata di permesso per andare a vedere “sua maestà il re imperatore”. I genieri del Bengala lo chiamarono per alcuni giorni “King Sahib”; quelli del Madras “06 Dorai”.

La “Scala di Giacobbe” non fu determinante per la liberazione di Arezzo, conquistata dagli Alleati il 16 luglio, ma servì comunque allo scopo di accelerare l’avanzata verso l’Alpe di Poti. Era questo l’obbiettivo successivo della 4a divisione indiana, rinforzatasi intanto con l’arrivo dall’Italia meridionale della 11a brigata. A puntare sull’Alpe di Poti fu la 7a brigata. I sikh e i gurkha cominciarono a salirvi nella notte dal 17 al 18 luglio. Alle 3 del mattino i gurkha raggiunsero la cresta del monte senza incontrare resistenza. Al contrario i sikh subirono il fuoco dei mortai nemici e riuscirono a conquistare la sommità a mezzogiorno grazie all’intervento dei carri del Royal Wiltshire Yeomanry. Tra il 19 e il 20 le truppe indiane consolidarono la presa su quel territorio montuoso, respingendo una decina di contrattacchi tedeschi.

La penetrazione alleata in direzione di Palazzo del Pero e dell’Alpe di Poti rappresentava una spina nel fianco dello schieramento tedesco nell’Alta Valle del Tevere. In quei giorni le truppe germaniche stavano frapponendo una balda resistenza sui crinali ad occidente del Tevere ancora in mano loro.

 

Per il testo integrale con le note e le referenze iconografiche, si veda il mio volume Guerra e Resistenza nell’Alta Valle del Tevere 1943-1944, Petruzzi Editore, 2016.