La banda Francini sull’Alpe della Luna

Le rivelazioni fatte in carcere a Perugia da Ermete Nannei all’indomani del suo arresto a Villa Santinelli misero in subbuglio l’antifascismo di Sansepolcro. La repressione del regime fu immediata, con l’arresto di numerosi genitori di giovani partigiani, tra cui Duilio Alessandrini, Pergentino Arioldi, Pietro Bronzetti, Silvio Berghi, Sante Pigolotti, Angiolo Luccerini. Finirono in carcere altri collaboratori della Resistenza: Cammillo Dindelli, Luigi e Settimio Berghi, Athos Fiordelli, Bruno Crispoltoni e Dario Alberti. Questi, elettricista alla “Buitoni” e padre di quattro figli, rimase in carcere ad Arezzo fino all’8 maggio; ne uscì grazie all’intervento del suo datore di lavoro Giuseppe Buitoni, che era anche podestà della città. Alberti fu un testimone chiave contro Nannei: se lo trovò infatti di fronte, in prigione, pronto a confermare ai fascisti le accuse contro di lui. Vennero arrestati anche i possidenti Luigi e Bianca Cavazza Collacchioni, che non avevano lesinato aiuti concreti agli uomini alla macchia. Una triste sorte toccò a Loris Rossi, cuoco della banda. Arrestato pochi giorni dopo la sollevazione di Sansepolcro, rimase in carcere ad Arezzo fino a metà giugno; subì sevizie tali che gli aggravarono la già malferma salute e lo portarono a una precoce morte per tubercolosi nel marzo 1946. Alcuni oppositori del regime riuscirono a sfuggire alla morsa poliziesca: tra di essi Antonio Ferrini, che da quel momento poté svolgere una moderata attività clandestina solo nel territorio di Anghiari, e l’architetto Claudio Longo, che si mise in salvo con la famiglia prima della perquisizione della sua casa.

Lo sbandamento provocato dalle fucilazioni di Villa Santinelli e dagli arresti di Sansepolcro fu considerevole e acuì la crisi di una formazione già minata dai dissidi interni suscitati dal comportamento di Nannei durante la requisizione a danno dei Geddes. I partigiani si dispersero in più direzioni e con vari intenti. La documentazione d’archivio getta luce su diverse situazioni. Alcuni cessarono ogni forma di attività; altri, come Bruno e Francesco Berghi, che riuscì a fuggire dopo la cattura, restarono nascosti fino all’inizio di agosto; altri ancora, tra cui Aldo Della Rina e successivamente Carlo Alberto Berghi, si fecero assumere dall’Organizzazione Todt. Qualcuno, dopo l’arresto, dovette chinare il capo e accettare l’arruolamento nell’esercito repubblicano, pronto a disertare appena possibile. Francesco Bronzetti si aggregò all’8a Brigata garibaldina in Romagna; Sebastiano Laurenzi, sfuggito alla sorveglianza dei fascisti che lo avevano catturato, raggiunse la banda di Monte Favalto; Luciano Giovagnoli si rifugiò a Cafaggio (Anghiari), ma rimase a lungo inattivo per malattia. Diversi partigiani si trasferirono verso l’Alpe di Catenaia: l’operaio della “Buitoni” Tullio Nofri andò a combattere con “Tifone”; i più si unirono alla formazione che Arioldo Arioldi stava costituendo nella zona.

Vi fu chi rimase sull’Alpe della Luna e a Montagna, presto raggiunto da alcuni superstiti di Villa Santinelli e da qualche nuovo renitente di Sansepolcro. La banda riprese quindi consistenza, anche per l’afflusso di elementi da altre formazioni. I trasferimenti dall’una all’altra erano frequenti in quella vita randagia alla macchia. Alla “Francini”, ad esempio, giunsero dalla Brigata Garibaldi “Pesaro” i fratelli Giovanni e Pasquale Alienati e dalla 8a Brigata Garibaldi romagnola il ventunenne Anstor, o Anatol, Zubriski. Questi era stato catturato a Smolensk dai tedeschi e curato per le sue ferite a Berlino; poi aveva accettato di arruolarsi come autista per evitare l’internamento in un lager, ma era entrato nella Resistenza italiana abbandonando il camion di rifornimenti che stava guidando. Approdò alla “Francini” con un ufficiale polacco e per qualche settimana rimase a capo del nucleo di stranieri che vi erano confluiti. Ad aprile vi si aggregarono anche l’ex prigioniero di guerra Morton Perez e lo sloveno Franco Pisanski.

In seguito alla fucilazione di Francini e alla cattura di Nannei – di cui non si conosceva ancora la delazione a danno dei compagni di lotta e degli antifascisti di Sansepolcro – la banda dovette darsi un nuovo vertice, scegliendo comandante militare Leonardo Selvi (“Jimmy”) e commissario politico Ivano Pigolotti. La sua zona operativa, in un periodo in cui si intensificava la ritirata tedesca, aveva un certo rilievo strategico, perché attraversata dalle arterie di collegamento tra l’Adriatico e l’Alta Valle del Tevere, con i passi di Viamaggio e di Bocca Trabaria. Secondo il partigiano Orlando Pucci da aprile a tutto maggio le operazioni da essa compiute furono prevalentemente “di solo disturbo e non decisive”. La relazione sulla sua attività redatta nell’immediato dopoguerra da Claudio Longo avvalorerebbe comunque l’idea di una presenza nel territorio alquanto molesta per i nazi-fascisti. Secondo Longo, dall’8 aprile al 20 maggio i partigiani della “Francini” – denominazione che la banda si dette a ricordo del suo fondatore – impegnarono sei volte il nemico in scontri a fuoco, uccidendo complessivamente 4 fascisti e 10 tedeschi. Anche se è lecito esprimere dubbi sul numero delle perdite inflitte – difficile da stabilire con certezza in operazioni belliche e privo di altri riscontri – resta il fatto che l’insidia partigiana rese sicuramente pericoloso il transito lungo l’Anconetana e la strada per Badia Tedalda e Rimini.

Successivamente all’attacco contro un camion tedesco, che costò la vita ai due soldati a bordo e portò all’appropriazione del carico di 10 quintali di farina, una pattuglia partigiana si spinse fino a Lamoli di Borgo Pace e catturò il segretario del partito fascista. Condotto sulla Ripa della Luna, l’uomo venne ammazzato in circostanze non ben chiarite. Sembra che abbia tentato la fuga e che sia stato il partigiano ucraino Anstor Zubriski a giustiziarlo.

 

Per il testo integrale, con le note e la fonte delle illustrazioni, si veda il mio volume Guerra e Resistenza nell’Alta Valle del Tevere 1943-1944, Petruzzi Editore, 2016.