Il lager di Fossoli

Per il grosso degli altotiberini la tappa successiva fu Fossoli, presso Carpi. Già utilizzato come campo per prigionieri di guerra catturati dagli italiani, il lager di Fossoli dal settembre del 1943 era stato requisito dai tedeschi e ampliato per trasformarlo in un Polizeiliches Durchgangslager, campo di concentramento e di transito per prigionieri politici e razziali in attesa dei convogli per la Germania. Lo dirigeva il tenente della S.S. Friedrich Karl Titho. Le baracche potevano ospitare fino a 250-300 reclusi. Del filo spinato teneva separati gli ebrei dal resto dei prigionieri.
Sin dall’arrivo, i deportati compresero di essere in completa balia della S.S. L’ingenua battuta di uno dei nuovi arrivati su come i tedeschi del campo fossero “grassi come maiali”, udita da un’interprete, provocò un primo pesante pestaggio generalizzato, a colpi di nerbi di cuoio [1]. E, per scoraggiare ogni idea di fuga, la fecero pagar cara al primo che ci provò. Angelo Boni assistette alla scena: “Uno di Roma era scappato per una fogna; l’hanno aspettato al fiume, dove sboccava la fogna. Quando è uscito, se lei vedesse come l’avevano conciato! L’hanno portato al campo, ci hanno fatto fare l’adunata e ce lo hanno fatto vedere: aveva tutto il viso a brandelli, tutto insanguinato… Un interprete ci disse: a ognuno che tenta di scappare gli toccherà questa sorte. Poi l’hanno cacciato in una specie di prigione. Vedesse come era conciato!”.
Nei pochi giorni di permanenza a Fossoli, i rastrellati vennero sottoposti a interrogatorio su trascorsi personali, idee politiche e attività lavorativa. Quindi si assegnò loro un numero di matricola e un triangolo da cucire sugli abiti e che, a seconda del colore, contraddistingueva il genere di prigioniero. Il rosso identificava i “politici” e tale fu la sorte dei sangiustinesi. I tedeschi provvidero anche alla completa depilazione e rasatura dei deportati, già vessati dai pidocchi che si rintanavano ovunque nelle baracche, e alla sterilizzazione degli indumenti.
Vennero pure consegnati dei moduli per scrivere ai famigliari, con severe istruzioni e in ogni caso da sottoporre a censura. Solo alcune lettere sarebbero arrivate. Una di esse, di Fosco Guerrini, rivelava il desiderio di questo giovane di 22 anni di nascondere le sue reali condizioni per tranquillizzare i parenti.
“Sto bene. Io sono insieme ai nostri paesani, perciò ci sto molto più volentieri, perché ci divertiamo molto, si giuoca, si scherza, si ride insomma ci divertiamo molto” [2].
Chi non si faceva alcuna illusione sulla sua sorte era il maestro Raffaello Fabbrini, il più anziano – con i suoi 50 anni – del gruppo di altotiberini. Si portava dietro una fama di antifascista che già alcuni anni prima ne aveva provocato l’allontanamento dall’insegnamento a San Giustino e il trasferimento ad altre sedi della valle. Non lo protessero né la reputazione di coraggioso volontario garibaldino e invalido della Grande Guerra, né l’affetto degli allievi e della popolazione, né l’assenza nel suo comportamento di atteggiamenti provocatori nei confronti del regime, tanto che pure lui si era adeguato a indossare la prescritta divisa in occasione del Sabato Fascista. A Fossoli confidò all’ex alunno Luigi Fancelli che nel carcere di Firenze lo avevano picchiato e che per lui non c’era speranza:
“Il maestro Fabbrini mi sembrava fisicamente finito, scoraggiato. Era pieno di pidocchi. Gli dissi:
‘Maestro, se lei non porta quei panni a sterilizzare, i pidocchi lo mangiano’.
Lui rispose:
‘Non mi interessa più niente. Fancelli, per me è finita… Io non ritornerò in Italia’.
Io cercavo di fargli coraggio:
‘Glie li porto io a sterilizzare i panni’.
Ma lui era demoralizzato”.

Le memorie famigliari tramandano che Fabbrini, a Firenze, si sia rifiutato di trarre beneficio delle disposizioni che esoneravano dalla deportazione i valorosi reduci di guerra, dichiarando di voler restare con “i suoi ragazzi”.

 


[1] Testimonianza di Candido Radicchi in Guerrini, Il giorno dell’inganno cit., p. 59. Alla disciplina dei deportati era preposto il sergente della S.S. Hans Haage.
[2] Testimonianza di Fosco Guerrini in Guerrini, Il giorno dell’inganno cit., pp. 64-65.