Volantino (ante e retro) diffuso dai tedeschi fra la popolazione italiana.

Convenzioni dell’Aja e repressione della resistenza armata

Anche la Germania aveva sottoscritto le Convenzioni internazionali dell’Aja del 1899 e 1907 su “le leggi e gli usi della guerra”. L’articolo 50 sanciva che nessuna pena collettiva era da infliggere “alle popolazioni per atti di singoli individui dei quali esse non possano riguardarsi come solidalmente responsabili”. Gli articoli 28 e 47 bandivano esplicitamente ogni forma di saccheggio. Quanto alla questione se le leggi, i diritti e i doveri della guerra potessero essere applicate anche a formazioni combattenti non inquadrate in un esercito nazionale, la Convenzione stabiliva che valevano anche per “milizie e corpi di volontari”, purché fossero guidate da “una persona responsabile dei propri subordinati”, avessero “un segno distintivo fisso e riconoscibile a distanza”, portassero apertamente le armi e si conformassero nelle loro operazioni alle leggi e agli usi della guerra.

Sebbene nella Convenzione non ricorressero i termini di rappresaglia, di ritorsione, di ostaggio e di partigiano – impostisi nella seconda guerra mondiale –, si indicavano criteri di comportamento inequivocabili sul comportamento da tenere da parte di forze armate nei confronti di un nemico costituito da formazioni partigiane e della popolazione civile del territorio nel quale tale nemico operava. Tanto è vero che il vademecum distribuito dalla Wehrmacht con i “10 precetti per la condotta di guerra del soldato tedesco”, invitava a combattere cavallerescamente, vietava saccheggi, “crudeltà e distruzioni inutili” e considerava inviolabile la popolazione civile.

Ma già nel 1941, per fronteggiare la resistenza di partigiani in Russia e in Francia, le forze armate tedesche erano state autorizzate ad attuare spietate misure repressive. Non si limitavano a ordinare la radicale e inesorabile eliminazione di “civili ostili” e “combattenti irregolari”; prevedevano pure forme di ritorsione collettiva contro complici e congiunti dei partigiani e contro la popolazione che li sosteneva, la cattura e la soppressione di ostaggi, la distruzione di case e villaggi.

Quando si trovò a dover combattere la resistenza armata in Italia, il comando tedesco faceva pertanto riferimento a una prassi repressiva ormai consolidata.

 

Per il testo integrale, con le note e le fonti delle illustrazioni, si veda il mio volume Guerra e Resistenza nell’Alta Valle del Tevere 1943-1944, Petruzzi Editore, 2016.