Comizio in piazza Matteotti in occasione dello sciopero del 10 febbraio 1962.
Campo di sub-tropicale colpito dalla grandine.

La “peronospora tabacina”

 

In quel primo scorcio del 1961 si ritenne improbabile la minaccia portata dalla peronospora tabacina, che già dilagava nel settentrione: “Osiamo prevedere che la temibile malattia infestante non troverà da noi l’ambiente adatto alla sua diffusione”. Non fu così. La peronospora si manifestò in tarda primavera e distrusse più di due terzi del Bright e del Kentucky. La Fattoria accusò le autorità governative di aver sottovalutato il pericolo: “Il disastro si sarebbe potuto contenere entro limiti sopportabili solo che si fosse agito con tempestività e con larghezza di mezzi”. Il tabacco sub-tropicale fu salvato perché l’azienda lo coltivava in piena autonomia. La produzione di tabacco complessiva del 1961 sarebbe stata di soli 7.650 quintali, rispetto ai 22.575 dell’anno precedente.
Inevitabilmente il crollo della produzione di tabacco comportò un prolungato ritardo nella riapertura dello stabilimento e una riduzione del periodo di lavorazione, con gravi disagi per le centinaia di famiglie che vivevano degli stipendi erogati dalla Fattoria. La crisi compattò le forze politiche cittadine, che con la recente adozione del piano regolatore generale e la scelta di far convergere gli sforzi per avviare l’industrializzazione stavano vivendo una stagione di proficuo dibattito. Lo sciopero generale unitario del 6 febbraio 1962, quando ancora non era stata disposta la riapertura del magazzino, rappresentò il culmine di un’agitazione nel corso della quale l’azienda si trovò isolata di fronte alle pressioni provenienti da organizzazioni politiche e sindacali che si fecero portavoce della disperazione popolare. In quel drammatico frangente la gelosa riaffermazione da parte della Fattoria della propria autonomia di azione e l’irritato rigetto di ogni intromissione nelle sorti aziendali impedirono di prevenire lo sciopero e gli strascichi polemici che ne seguirono.
L’agitazione cittadina raggiunse lo scopo di richiamare l’attenzione del governo e di sollecitare misura a favore delle maestranze rimaste senza lavoro e dei coltivatori. Quanto alla Fattoria, l’accordo che sottoscrisse di lì a qualche giorno – a dire del consiglio di amministrazione – si mantenne nell’ambito di quanto l’azienda era spontaneamente disposta a concedere prima dello sciopero. L’intesa lasciò l’amaro in bocca alla sinistra e fu invece accettata dalle forze moderate, al punto che si stabilì una forte identità di vedute tra i vertici aziendali e importanti esponenti della Democrazia Cristiana. Donadoni, che non temette di personalizzare in maniera decisa lo scontro, si ripropose come l’“uomo forte” della Fattoria, anche se il presidente Amedeo Corsi ne condivise le mosse e dette dimostrazione di pari vigore.
Nelle settimane successive le tabacchine, pur se a ranghi ridotti, ripresero il lavoro. A fine anno si poté constatare che le perdite per il crollo della produzione risultavano assai inferiori a quanto si era paventato; giunsero addirittura i complimenti dei tecnici olandesi per la qualità del sub-tropicale. Nel presentare il bilancio del 1962, gli amministratori tirarono dunque un sospiro di sollievo: “Nonostante le avverse vicende di queste ultime disgraziate annate la nostra azienda ha migliorato la propria efficienza produttiva ed ha accresciuto le sue consistenze patrimoniali”.