Pietralunga all’epoca.
Monumento al partigiano umbro, a Pietralunga.

La festa del Primo Maggio 1944 a Pietralunga

L’euforia per lo sgancio dei rifornimenti alleati e per il disarmo del presidio di Pietralunga spinse a improvvisare una straordinaria festa del Primo Maggio in un territorio ormai sotto il controllo partigiano. Nell’Alta Valle del Tevere si tornava così a celebrare liberamente la festa dei lavoratori dopo la sua soppressione da parte del fascismo. La gente si radunò spontaneamente a Morena e a Pietralunga. In paese Venanzio Gabriotti fu ospite di don Pompilio Mandrelli, al quale disse, tra il serio e il faceto, di essere venuto a “portare un po’ di tricolore in mezzo al rosso”. Il pomeriggio precedente, mentre era nella sede del comando della “San Faustino” e assumeva il nome di battaglia di “Vitellozzo”, aveva dettato un messaggio per i combattenti alla macchia; additava come esempio la banda di Montebello ed esultava per i duri colpi inferti “alla vacillante potenza fascista”: “Il paese di Pietralunga da due giorni è in mano dei Patrioti, la ferrovia Umbertide-Gubbio è controllata dalla nostra Brigata, i depositi di cuoio di Villa Coppi destinati alle truppe tedesche sono in nostre mani; tutte queste azioni sono state compiute da pochi uomini, armati soprattutto di fede e di coraggio”. Gabriotti aveva concluso il comunicato con la frase: “Dalla grande zona libera, li 30 aprile 1944”. Poi si era incamminato per Montebello e da lì aveva raggiunto Morena per assistere al recupero dei rifornimenti paracadutati e per tentare di dirimere i contrasti tra i partigiani della “San Faustino” e la Brigata Garibaldi, cosa che avviò con successo.

Appena tornato a Città di Castello, Gabriotti lasciò nel suo diario una memoria significativa di ciò di cui fu testimone in quei giorni: “Sono tornato da un lungo giro nelle zone. Le cose vanno normalizzandosi. Apecchio e Pietralunga sono completamente in mano ai ‘partigiani’, così essi si fanno chiamare, non volendo il nome di ribelli. Lassù pare di vivere un’altra vita. Pattuglie passeggiano per i paesi armate e in divisa. La divisa consiste particolarmente in un fazzoletto rosso al collo e tricolore al berretto e al braccio. […] Fui ad Apecchio e Sant’Andrea di Montebello. Qui sostai la notte del 1° maggio. Alle 24.30 ho assistito al lancio a mezzo di paracadute di armi, scarpe, vestiario, ecc. alle formazioni di quel posto. Immaginarsi l’entusiasmo di quei giovani. Alle 8 a Morena – ove avvenne lo sgancio – il parroco don Marino, che è uno degli organizzatori più fervidi, ha celebrato la messa per tutti. A mezzogiorno sono andato a Castelfranco, ricevuto affettuosamente da don Luigi Menghi. La sera a Pietralunga, ove tutto è ‘ribelle’. […] Nella giornata, per tutto il territorio, si è celebrata la festa del Primo Maggio”.

Le autorità fasciste del territorio circostante non sottovalutarono quanto stava avvenendo. Il 1° maggio il ten. Mulè comunicava allarmato al Capo della Provincia che gli era impossibile recapitare a Pietralunga i manifesti per il richiamo alle armi e altra documentazione perché la zona era “infestata da ribelli”, il distaccamento della GNR “disciolto” e il paese “controllato” dai partigiani.

All’inizio di maggio la situazione dell’ordine pubblico dovette apparire sconfortante ai fascisti anche nel resto dell’Alta Valle del Tevere umbra. Il commissario prefettizio tifernate Orazio Puletti scrisse una missiva riservata al Capo della Provincia, illustrandogli la realtà dei fatti. Nel giro di pochi giorni i partigiani avevano preso di mira il posto di avvistamento anti-aereo di Monte Fumo, il deposito di cuoio di Userna e il magazzino dell’ammasso a Cerreto, avevano perpetrato furti in diverse fattorie della zona e ucciso un fascista cortonese a San Leo Bastia; anche dalla vicina Apecchio giungevano notizie di un’incursione dei ribelli.

 

Per il testo integrale, con le note e la fonte delle illustrazioni, si veda il mio volume Guerra e Resistenza nell’Alta Valle del Tevere 1943-1944, Petruzzi Editore, 2016.