La “fabbrica di ghiaccio”

Un tempo, quando non c’erano ancora i frigoriferi, Guglielmo Vincenti e i figli garantivano l’approvvigionamento di ghiaccio per l’ospedale, per i malati e per gli esercizi commerciali che ne abbisognavano per la conservazione dei generi alimentari. Si trattava di un’attività secondaria, di scarso profitto (“un osso duro da rodere”, ebbe a scrivere Guglielmo), ma socialmente assai utile. I malati di Città di Castello vi ricorrevano di continuo e il Municipio sovvenzionava il laboratorio di Rignaldello con un sussidio annuale proprio perché rifornisse di ghiaccio anche gli indigenti. Ancora nel 1935, in città, non vi erano che i Vincenti in grado di rispondere ai bisogni dei malati e dell’ospedale, che ancora non produceva ghiaccio in proprio per l’alto costo dell’energia elettrica.
Per quanto riguarda la fabbricazione del ghiaccio, le memorie della famiglia Vincenti tramandano che in un primo momento Guglielmo, in inverno, rallentava con delle tavole il corso del torrente Soara, presso il Sasso, così da provocare il sollevamento del livello dell’acqua e la formazione di una specie di stagno. Quando la temperatura si abbassava e l’acqua gelava, gli operai spezzavano il ghiaccio e lo portavano in città, custodendolo all’interno di una "ghiacciaia" sotterranea. Vi rimaneva fino all’estate, quando maggiore era la richiesta. Solo successivamente i Vincenti attrezzarono uno specifico locale a Rignaldello, con una piccola macchina che funzionava ad ammoniaca. Produceva circa un quintale di ghiaccio all’ora. Non veniva distribuito solo in città; venivano a prelevarlo anche da altri centri della valle con i "barrocci", facendo la fila a Rignaldello sin dalle prime ore del mattino. La “fabbrica” è rimasta in funzione fino agli anni Quaranta.
 
Gli estratti dal volume Artigianato e industria a Città di Castello tra ‘800 e ‘900 mancano delle note