Villa Santinelli, a San Pietro a Monte.
Il territorio tra Città di Castello e San Leo Bastia.
Matrimonio a Villa Santinelli nel 1930; il padre della sposa è Gio:Battista Santinelli.

La banda partigiana a Villa Santinelli

Nel corso della notte la formazione partigiana continuò a muoversi verso sud. Attraversò la valle del Nestoro e alle 2 del mattino del 25 marzo raggiunse la frazione tifernate di San Pietro a Monte, lungo la strada che dall’Alta Valle del Tevere conduce a Cortona. In località San Vincenzo, qualificandosi come militi della GNR, si fecero introdurre nella Villa Santinelli. Una volta entrati, armi alla mano affermarono di essere partigiani comunisti, di aver bisogno di riposo e di voler restare per qualche giorno. Dichiararono di considerare prigioniera tutta la famiglia, domestici compresi, si fecero servire da mangiare e da bere e costrinsero i proprietari a lasciare a loro disposizione i letti in cui dormivano. Insieme all’anziano capo-famiglia Gio:Battista Santinelli, di 88 anni, vi erano i figli Sante e Giovanni Battista, rispettivamente di 31 e 35 anni, con tutti i congiunti. Da subito parve loro come figura dominante del gruppo Ermete Nannei; i più attivi al suo fianco si mostrarono Sergio Lazzerini ed Eduino Francini, il comandante politico. Dopo aver mangiato, i partigiani andarono a coricarsi. Rimasero di sentinella Nannei e Lazzerini.
La mattina di sabato 25 marzo, mentre i compagni perquisivano minuziosamente la villa, Nannei e Lazzerini s’allontanarono verso le vicine case coloniche, in groppa a cavalli dei Santinelli. A dire di Sante Santinelli, fecero propaganda comunista: “[…] si sforzarono di avvelenare gli animi dei coloni, anziché contro il tedesco e contro i repubblicani fascisti, contro i proprietari […]”. Al ritorno, ordinarono a due compagni di portare viveri e vestiario a persone sfollate indigenti che avevano incontrato nel loro giro. A sera la banda si fece servire la cena e si intrattenne cantando “canzoni bolsceviche”.
Si sarebbe poi molto discusso su chi e quando abbia comunicato ai fascisti la presenza della banda nella villa. Certo è che i suoi capi, soprattutto Nannei, nulla fecero per tenere nascosta la loro presenza nella zona. Anzi, nella giornata di domenica 26 marzo avvennero fatti di cui non si poteva non parlare in giro. Lazzerini avrebbe poi accusato Nannei di essere andato “all’insaputa di tutti” a cavallo lungo la via maestra verso San Leo Bastia, danneggiando il posto telefonico pubblico e intimorendo con un colpo di rivoltella l’addetto, accusato di essere al servizio della GNR. Forse non fu l’unica “bravata” di Nannei destinata a rendere di pubblico dominio l’occupazione della villa da parte dei partigiani. Secondo Sante Santinelli, la mattina si si era recato a San Pietro a Monte, “arringando” presso la chiesa la gente accorsa per la messa.
A nulla valsero le reiterate insistenze dei Santinelli affinché la banda lasciasse la loro casa, per il crescente pericolo cui si esponevano man mano che il tempo passava: “I ribelli ripetevano che avevano bisogno di riposarsi e che non temevano affatto la Milizia”.
Tuttavia, a lungo non giunse alle autorità fasciste alcuna denuncia di quanto stava avvenendo. L’avvocato tifernate Giulio Pierangeli, personaggio molto autorevole e bene informato, per le tante conoscenze che aveva nella zona e a Città di Castello, scrisse nella sua cronaca di quei giorni: “Tutti nella zona sapevano dell’avvenuta occupazione; ma nessuno si preoccupò di avvertire la Milizia repubblicana, tanto profonda era l’antipatia popolare per questa arma – denominata la ‘Bilinciana’, espressivo termine dialettale – e tanto diffusa era la convinzione che i ribelli rappresentassero un’autorità e una forza”.
La sera di domenica 26 marzo successe nella villa un altro episodio controverso. Nannei, Lazzerini e Francini chiesero al capo-famiglia di aprir loro la cassaforte e requisirono le circa 22.000 lire che vi trovarono. La cassaforte poche ore prima ne conteneva ben di più. Ma lo stesso Lazzerini aveva preavvertito dell’esproprio Giovanni Battista, figlio del capo-famiglia, suggerendogli di lasciarvene solo una parte. Così il Santinelli aveva potuto mettere al sicuro una cospicua somma: quella somma che, nella forma di “un pugno di assegni bancari e biglietti di grosso taglio ridotti ad una grossa palla”, alla conclusione della vicenda suo padre avrebbe mostrato agli ufficiali fascisti, dicendosi fortunato di averla potuta salvare. Lazzerini non si limitò a impedire un esproprio a danno dei Santinelli ben superiore a quanto i fini politico-militari potessero giustificare: restituì a Giovanni Battista Santinelli dei gioielli d’oro che si rese conto mancavano dalle camere e che vennero “rinvenuti indosso” a Nannei.
Quanto avvenne in quella circostanza incrinò di nuovo i rapporti tra i componenti di Sansepolcro della banda ed Ermete Nannei, che consideravano ormai recidivo in furti perpetrati approfittando dell’attività partigiana. E contribuiva a screditare l’intero movimento di resistenza al nazi-fascismo, facendo apparire gli uomini alla macchia non come partigiani, ma alla stregua di “volgari delinquenti”.
I Santinelli avrebbero lamentato anche la sottrazione da parte della banda di generi alimentari e di biancheria, tra cui “svariate paia di lenzuoli, di camicie da uomo, di vestiti vari e diverse paia di scarpe”. Videro i partigiani portare quanto prelevato fuori della villa: “La roba che man mano ci veniva rapinata, in gran parte veniva portata fuori per ignota destinazione”. Ma si trattò in genere di beni distribuiti a gente della zona che versava in condizioni di bisogno. E gli stessi carabinieri della vicina caserma di Lugnano non avrebbero avvalorato il giudizio che a Villa Santinelli si fossero rifugiati dei comuni delinquenti: “Non risulta che nella zona di San Pietro a Monte la predetta banda partigiana abbia compiuto saccheggi, distruzioni, eccidi, seminando terrore”.

 

Testo privo di note tratto da Alvaro Tacchini, La battaglia di Villa Santinelli e la fucilazione dei partigiani, Quaderno n. 12 dell’Istituto di Storia Politica e Sociale “Venanzio Gabriotti”, Città di Castello 2017.