Atlante della Memoria

Alta Valle del Tevere 1943-1944

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Il regime

Ferrovia: un sogno svanito

Tra la fine del 1923 e l’inizio del 1924 il fascismo tifernate beneficiò politicamente delle promettenti prospettive che sembrarono aprirsi per la soluzione della questione ferroviaria. Da decenni Città di Castello era in prima fila tra i comuni dell’area appenninica umbro-tosco-romagnola nel chiedere al governo uno sbocco ferroviario verso il nord: la agognata ferrovia Roma-Venezia, che rispondeva a esigenze strategiche nazionali e nel contempo risolveva l’annoso problema dell’emarginazione dell’Alta Valle del Tevere. Come obbiettivo intermedio e irrinunciabile si chiedeva la prosecuzione della Ferrovia Centrale Umbra da Umbertide verso Sansepolcro. La nuova amministrazione comunale guidata da Furio Palazzeschi continuò la pressione, forte dell’unità cittadina su questo tema.
Poco prima di Natale giunsero assicurazioni che il progetto della Umbertide-Forlì sarebbe stato approvato, con l’inizio dei lavori entro il 1924. La città intera esultò. Il Fascio e Palazzeschi esaltarono il ruolo decisivo di Mussolini e del suo governo: “Solo il fascismo poteva compiere una impresa così decisiva per l'avvenire della nostra città”; “per merito e tenace volontà del partito fascista i nostri operai avranno lavoro, la nostra regione non sarà più isolata dal resto d'Italia! Vada la nostra immensa riconoscenza al Duce Magnifico [...]”. Nel telegramma di ringraziamento inviato a Mussolini, salutato come “restauratore sorti nostra dimenticata regione”, l’amministrazione tifernate promise di “contribuire degnamente ogni passo grandiosa opera ricostruzione nazionale”.
Bisognava però costituire un consorzio tra i comuni e gli altri enti locali interessati per contribuire finanziariamente all’esecuzione del progetto. Il sindaco Palazzeschi e Città di Castello furono protagonisti del vasto movimento interregionale che nella prima metà del 1924 consolidò le alleanze, rafforzò gli interessi collettivi e affrontò gli ostacoli burocratici e finanziari. Ma, in estate, proprio quando il consorzio prendeva il via, l’imprevista doccia fredda: la stampa rivelò un ripensamento governativo sulla Umbertide-Forlì.
La risposta della vallata fu rabbiosa. A fine agosto si costituì un comitato di agitazione altotiberino, che dichiarò l’intenzione di agire “energicamente” affinché quanto promesso fosse “ad ogni costo mantenuto”. Palazzeschi inviò una pioggia di telegrammi per comunicare alle autorità politiche e governative l’umore di una “cittadinanza tifernate senza distinzione alcuna vivamente indignata”. Un manifesto chiamò a raccolta la popolazione: “Odiose ragioni di campanile minacciano seriamente l’esecuzione della ferrovia Umbertide-Forlì. Tenetevi pronti, senza distinzioni di parte, per un’azione decisiva [...]”. Su chi fossero i “sabotatori” delle aspirazioni altotiberine non esistevano dubbi: Arezzo da tempo contrastava il progetto dell’Umbertide-Forlì, ritenendolo un pericolo per i suoi interessi economici. Angelo Falchi accusò gli aretini di “subdole manovre” per bloccare il progetto altotiberino e si ribellò all’idea che la valle - quasi ridotta a una “colonia del continente nero” - continuasse ad essere solcata da un “treninaccio sudicio e claudicante”.
Andò a finire proprio così. Il sogno della ferrovia transappenninica svanì e non restò che ripiegare sull'obbiettivo parziale del prolungamento della Ferrovia Centrale Umbra fino a Sansepolcro. Per i fascisti tifernati fu una sconfitta (“non possiamo credere che tante categoriche promesse siano state dimenticate”), nemmeno attenuata dal completamento dei lavori della FCU fino alla vicina città toscana, perché sarebbe avvenuto solo nel 1956. La disillusione aggiunse ulteriori concrete ragioni al malcontento che continuò a serpeggiare per l’isolamento e lo scarso peso politico della città. Di esso si sarebbero fatti interpreti anche i gerarchi locali durante gli anni del regime.