Atlante della Memoria

Alta Valle del Tevere 1943-1944

Mappa interattiva

Uno sguardo generale

Le prime ordinanze repressive dei tedeschi

Il 12 settembre 1943 il feldmaresciallo Albert Kesselring sottopose il territorio italiano alle leggi di guerra tedesche. Affidò la giurisdizione degli atti ostili alle forze armate germaniche ai tribunali militari del Reich, proibì ogni forma di sciopero e minacciò di fucilazione con giudizio sommario gli organizzatori di scioperi e i sabotatori. Inoltre chiamò le autorità civili italiane a una “esemplare” collaborazione con gli ufficiali tedeschi per impedire atti di sabotaggio e di resistenza passiva. Poi, di pari passo con il susseguirsi delle disposizioni e delle pressioni per il reclutamento di mano d'opera, le autorità tedesche emanarono rigorose direttive a tutela delle loro forze armate e degli alleati fascisti, nel contesto di una strategia repressiva su larga scala.

Tali norme, compendiate nell'ordinanza di Kesselring del 21 settembre 1943, vennero ulteriormente ritoccate dalla prefettura e dal Comando Supremo Germanico del Sud, che le ribadì e perfezionò con l'ordinanza n. 7 del 2 novembre. Punivano severamente, anche con la morte, ogni atto ostile ai tedeschi; proibivano di ascoltare radio nemiche e di propalare “le parole del governo traditore di Badoglio” e “affermazioni atte a danneggiare la dignità della Germania”; minacciavano di fucilazione chiunque avesse sottratto o sabotato armi e di deferimento al tribunale di guerra gli autori di furti e di danneggiamenti di materiale; vietavano ogni forza di assistenza ai prigionieri di guerra anglo-americani e agli internati civili evasi dopo l'8 settembre.

L'ordinanza del 21 settembre intimò pure la consegna di tutte le armi, compresi i fucili da caccia. Ma in un territorio dove la caccia era praticata su vasta scala – nelle campagne prevalentemente per esigenze alimentari –, quest'ordine si scontrò contro una diffusa resistenza. La scadenza del primo perentorio termine di consegna, il 30 settembre, dovette essere prorogata; non bastò di paventare la fucilazione sul posto dei trasgressori. Il 14 ottobre il prefetto di Perugia, prendendo a pretesto l'attentato di cui era rimasto vittima un ufficiale tedesco, non si limitò a riaffermare l'obbligo di conferire le armi di lì a sei giorni e a revocare ogni permesso: bandì l'esercizio stesso della caccia fino a nuovo ordine.

Per quanto riguarda il divieto di assistenza a militari nemici, il prefetto di Perugia avrebbe successivamente rammentato che la concessione di ospitalità agli ex prigionieri poteva essere punita con la morte, invitando la popolazione a denunciare l'eventuale presenza di paracadutisti nemici e a consegnare ai tutori dell'ordine pubblico i “fogli di propaganda nemici” che stavano circolando. Anche i tedeschi riaffermarono con toni perentori che non avrebbero tollerato alcuna forma di aiuto ai militari anglo-americani. Con l'ordinanza del 2 novembre Kesselring stabilì l'obbligo di denunciare chi conosceva i loro rifugi e le persone che li soccorrevano: “Chi omette la denuncia è punito con la morte o la reclusione ed in casi meno gravi e per comprovata negligenza con la prigione”. L'ordinanza stabiliva inoltre: “Chi offende le Forze Armate Germaniche […] oppure contribuisce alla loro denigrazione è punito con la reclusione o la prigione”.

Le severe minacce non incrinarono – né avrebbero incrinato in seguito – lo spirito di solidarietà della popolazione rurale, sempre pronta ad assistere in ogni modo coloro che la propaganda nazi-fascista dipingeva come “soldati nemici”. Tanto è vero che all'inizio di giugno del 1944 il Capo della Provincia di Perugia avrebbe trasmesso alle amministrazioni locali una comunicazione del comando tedesco tutt'altro che intimidatoria: “Tutti coloro che cattureranno o consegneranno ai Comandi Germanici od Italiani un prigioniero anglo-americano, oppure forniranno opportune indicazioni atte a poterlo catturare, potranno ottenere la liberazione ed il conseguente rimpatrio di un militare italiano, da loro prescelto, dai campi di concentramento della Germania”. Si arrivò dunque a pensare che, invece delle minacce, sarebbero state più efficaci le promesse – rivelatesi però illusorie – di togliere i propri congiunti dall'inferno della prigionia in terra tedesca.

 

Per il testo integrale, con le note e le fonti delle illustrazioni, si veda il mio volume Guerra e Resistenza nell'Alta Valle del Tevere 1943-1944, Petruzzi Editore, 2016.