Atlante della Memoria

Alta Valle del Tevere 1943-1944

Mappa interattiva

Giovani per il mondo

Gianluca Canali. Un tifernate madrileño.

 
Sta partendo per Siviglia per lavoro; tra qualche giorno di nuovo in Italia, a Parma, per un corso promosso da Aboca; quindi finalmente a casa per un week-end in tranquillità.
A casa sua: Madrid! È infatti nella capitale spagnola che Gianluca Canali, per gli amici “Picchio”, da tempo vive, lavora e ha il cuore.
“Madrid è la 'donna' della mia vita: una donna bellissima, fellinianamente prosperosa, aperta e vivace. Con lei è stato amore a prima vista. Mi piace per le opportunità che offre, per l'estrema facilità dei rapporti sociali, per la possibilità di godere la quotidianità, per la grande varietà di coloro che la abitano. Pensa che una delle domande che si sente più spesso tra chi vive a Madrid è 'Di dove sei?' Infatti i madrileni vengono da ogni angolo della Spagna”.
Quello di “Picchio” con Madrid è un rapporto intensissimo, viscerale. Si è talmente integrato nell'ambiente da diventare acceso tifoso dell'Atletico Madrid, la squadra rivale più povera e meno titolata del famosissimo Real Madrid. Ed era con i tifosi “colchoneros” alcuni giorni fa, quando hanno battuto nella finale della Coppa del Re di Spagna le odiate “merengues” di Mourinho:
“Che festa! Mi sono trovato a piangere di gioia, ad abbracciarmi con i tanti amici. Erano 25 partite che l'Atletico non riusciva a battere il Real. Per i 'colchoneros', che esprimono l'anima più profonda di Madrid, è stata la fine di un incubo. Chi tifa Atletico ha una filosofia di vita che l'aiuta a sopravvivere alle tante sconfitte. Quando riusci a vincere, ti senti vivo come non mai: è la gioia di chi vede vincere, almeno una volta, Robin Hood!”
Com'è che “Picchio” è finito in Spagna? Ripercorriamone la storia. Classe 1970, si laurea in lingue straniere e già all'università prova una particolare attrazione per la letteratura spagnola e per la sua lingua: “Mi attraeva la melodia linguistica dello spagnolo, la sua sonorità”.
Grazie a una borsa di studio del ministero degli Affari Esteri, va a insegnare italiano per un anno a Burgos. È in quel periodo che scoccano sia l'amore per la Spagna e la 'cotta' per Madrid, visitata per la prima volta, sia la voglia di dedicarsi con convinzione al mondo della scuola. Torna in Italia, prende il master per insegnare la cultura italiana all'estero, poi vince un altro concorso, che lo proietta verso la docenza della nostra lingua presso l'Istituto Italiano di Cultura di Madrid.
È il 2001. Gianluca insegna tre anni nella capitale spagnola, poi si trasferisce alla facoltà di scienze giuridiche e sociali dell'Università di Toledo:
“Insegnavo a Toledo, ma continuavo a vivere nella 'mia' Madrid, che dista appena 60 chilometri”.
Nel 2007, la svolta: “Aboca mi propose di curare per l'azienda il mercato spagnolo, al quale si stava aprendo. Ai proprietari e dirigenti di Aboca, alcuni dei quali già conoscevo, interessava il mio profondo legame con l'ambiente spagnolo. Certo è che hanno avuto coraggio nello scommettere su uno come me, che non aveva esperienza commerciale”.
Gianluca avrebbe potuto restare con soddisfazione nell'ambito universitario spagnolo. Ma la proposta di Aboca si prospettava come una sfida, un coraggioso salto verso nuove esperienze, nuovi orizzonti. Se ha accettato di mettersi in gioco, comunque, è perché a proporglielo è stata Aboca:
“Se me lo avesse chiesto un'altra azienda, non lo avrei fatto. Aboca è una realtà unica, per la cura delle relazioni umane al suo interno e nei rapporti con la clientela, per la visione ecologica di fondo, per l'importanza attribuita alla cultura, per la stessa soddisfazione di poter 'vendere' un prodotto che è frutto della terra”.
Un'azienda dallo straordinario valore aggiunto, quindi, lavorando per la quale si sono man mano stemperate le inevitabili difficoltà dovute al passaggio da un mondo a un altro, dall'accademico, il cui fine è prettamente culturale ed educativo, al commerciale, dove è fondamentale conseguire risultati in termini di profitti:
“Mi ci sento proprio soddisfatto, anche perché con i nostri prodotti cerchiamo di 'vendere' benessere, un po' più di felicità. E poi, in un mondo così in crisi, siamo in sintonia con quanto si dice a proposito della decrescita, della necessità di spostare l'enfasi da uno sviluppo materiale, prima ritenuto inarrestabile, al benessere della persona, che trova la sua armonia nell'ambiente in cui vive. Bisogna certo porsi l'obbiettivo della crescita, ma soprattutto qualitativa. Insomma, sento che c'è un ideale sotto, che mi sostiene nella vita professionale”.
E poi è tornata utile pure l'esperienza didattica accumulata: “C'è infatti un aspetto didattico importante nel rapportarsi di Aboca con la clientela, nel consigliare a un farmacista i nostri prodotti. Me ne rendo conto ora che sono responsabile del progetto Apoteca Natura, una rete di farmacie spagnole – già una novantina – che, in collegamento con Aboca, specializzano una parte della loro attività nel 'settore naturale salute'. Bisogna fare tutto un lavoro di aggiornamento professionale del personale delle farmacie e dei farmacisti stessi”.
Gianluca è grandemente assorbito da un lavoro che gli richiede un continuo viaggiare e un notevole dispendio di energie psico-fisiche:
“Qualche volta resto sotto pressione anche 14 ore al giorno. Ho tutta la Spagna a cui devo pensare, Ma vado a letto contento e mi sveglio contento”.
Vien da chiedergli che differenze trovi oggigiorno tra Spagna e Italia, due Paesi ritenuti in qualche modo 'cugini':
“Come in Italia, là si dà grande importanza a valori come la famiglia, gli amici, la socialità. Però trovo in Spagna molta più facilità nei rapporti interpersonali: sono più diretti e facili, con maggiore schiettezza e minore formalismo anche nei rapporti professionali. Poi ti colpisce la generosità degli spagnoli, per come riescono a farti condividere i loro valori, le loro tradizioni. E direi che la Spagna, almeno di questi tempi, è un Paese molto più sorridente dell'Italia”.
Una sola volta Gianluca ha visto quel sorriso spegnersi: l'11 marzo 2004, in occasione degli attentati di Al Qaeda ai treni di Madrid, che provocarono 191 morti e 2.057 feriti. Poteva esserci pure lui tra le vittime:
“Ho rischiato anch'io. Potevo essere lì, alla stazione di Atocha; mi ha salvato un ritardo da Toledo. In quei giorni era una Madrid silenziosa, violentata, ma ha reagito con fermezza e con grande dignità, senza cercare rappresaglie”.
Come ci vedono in Spagna, a noi italiani? Secondo Gianluca resiste ancora lo stereotipo che ci attribuisce da un lato capacità istrioniche e di seduzione, dall'altro doti culturali, una certa dolcezza nell'affrontare la vita, senso estetico ed eleganza. Ma di recente la nostra immagine è alquanto appannata per i riflessi negativi degli scandali politici:
“Tanti spagnoli mi chiedono, sorpresi, come si faccia noi italiani ad andare avanti, dove si trovi le risorse per resistere a tanto scempio”.
“Madrileño” di adozione, figlio di un cesenate e di una romana, “Picchio” ha un legame fortissimo con la Città di Castello che lo ha visto nascere:
“Ho in camera un poster di Piazza di Sotto, mi tatuerei addosso la sagoma del campanile. In effetti non sono mai emigrato fino in fondo. Quando torno, mi capita di fare lunghe passeggiate da solo a Castello, la notte; parlo con lei, l'accarezzo. I giorni di mercato, sto in piazza e guardo i castellani da forestiero: mi stanno proprio 'cocchi'. Poi mi piacciono gli odori, i suoni della città; è la melodia linguistica del nostro dialetto...”
Radici profonde, quindi, con l'Alta Valle del Tevere, da Aboca a Città di Castello. E da questo 'castelèno' diventato 'madrileño' ci giunge un accorato appello ad amare di più una città che gli sembra stia appassendo:
“Castello dovrebbe mostrare più vitalità. Mi pare che si stia perdendo un po' di socialità, di calore. Emblematica questa Piazza di Sopra spesso così vuota. In Spagna le piazze mantengono la loro centralità, è uno spettacolo vedere la socialità che vi si esprime. Oh, sveglia 'castelèni' Facciamo qualcosa! Torniamo a vivere!”
 
L'intervista è stata pubblicata nel numero di giugno 2013 de “L'altrapagina”.